Un paio di giorni fa l’Independent UK pubblica un articolo – scritto da Amelia Womack, del Green Party – in cui si racconta di quello che sarebbe necessario per per permettere alle donne vittime di violenza di avere salva la vita. Il video che vedete sotto è tratto dallo stesso articolo e mostra quello che in una situazione tipo succede in una coppia in cui lei è vittima di violenza di genere.

L’articolo dice che associazioni che lottano contro la violenza di genere da tempo denunciano la carenza di soluzioni pratiche tant’è che nel 2017, per esempio, 94 donne e 90 bambini non hanno avuto la possibilità di trovare ospitalità presso le case rifugio perché non c’era posto. Molte donne nella stessa situazione non hanno neppure i soldi per potersi allontanare e cominciare una nuova vita lontane dai partner violenti ed è questa la richiesta fondamentale che si rivolge a chi governa. Come per l’Italia, per certi aspetti, anche in Uk il securitarismo parrebbe essere l’unica via, anche se numerose sono state e sono le opposizioni a quel tipo di interventi in cui – braccialetti elettronici o meno – di prevenzione non si discute affatto. Non basta un braccialetto elettronico o il divieto di assumere alcolici per impedire un crimine di quel tipo.

Il governo non fa bene il suo mestiere se lascia tante donne e tanti bambini in mezzo alla strada, senza rifugio o senza la possibilità economica di poter andare via per conto proprio. E sono questi i modi attraverso i quali – soprattutto – una donna può salvarsi la vita. Senza un reddito non avrà altrimenti alcuno strumento per sottrarsi alla violenza.

Per l’Italia è esattamente la stessa cosa. Il piano antiviolenza non si capisce a che tipo di violenza si riferisca. Tanto parlare di leggi e repressione e nessun programma di prevenzione. Tutto viene realizzato secondo la logica dell’indivisibilità della famiglia modello family day, quando in realtà quel che si dovrebbe fare, per l’appunto, è fornire alle donne strumenti affinché possano allontanarsi da situazioni violente. In Uk le maggiori associazioni e personalità politiche interessate alle questioni di genere parlano di necessità di case rifugio (“trovare posto è come vincere la lotteria!”, affermano) e di un reddito a supporto, per diverse mensilità, pur potendo contare su un welfare che prevede un reddito da disoccupazione che però ti sostiene solo fino a che – con tempo limite imposto – trovi un altro lavoro.

Attenzione immagini forti

In Italia non abbiamo un reddito di base, di case rifugio ce ne sono sempre meno eppure non se ne parla affatto. La soluzione – se così si può dire – della precarietà delle donne che subiscono violenza viene delegata all’ottenimento degli alimenti da parte dell’ex coniuge che infliggeva violenza. Non dunque di indipendenza economica si parla ma di dipendenza dall’ex coniuge violento. Non si parla di un welfare di sostegno per le parti deboli e di immissione nel mercato del lavoro con riqualificazione e – per esempio – sgravi fiscali per chi assume le vittime. Si parla anche qui di securitarismi, perché costituiscono un introito per chi vende aggeggi securitari e ulteriori finanziamenti per tutori dell’ordine che arrivano sempre dopo l’assassinio, finanche quando ad ammazzare la moglie è uno di quegli stessi tutori (vedi ultimo caso di carabiniere che spara alla moglie e uccide due figlie).

Si vorrebbe combattere contro la violenza di genere coltivando un modello paternalista che non lascia alle donne la possibilità di stabilire quale sia il metodo che vogliono usare per salvarsi, quali strumenti vorranno siano resi disponibili. La legge contro il femminicidio, se ricordate, fu approvata senza che si ascoltasse, né prima né nel corso della discussione parlamentare, neppure il coordinamento dei centri antiviolenza. Fare una legge per le donne senza ascoltare le donne che di violenza sanno parlare è solo una scelta di facciata. Nulla più di questo.

In Italia siamo ancora a spiegare che la parola “raptus non può essere applicata ai casi di femminicidio. Il tizio che ieri, in provincia di Siracusa, è stato arrestato per l’assassinio di Laura Petrolito ha esordito nel corso della sua confessione dicendo che si era trattato di un “raptus di gelosia”. Avere in mente di poter rivendicare la proprietà di una donna è una faccenda che attiene al ruolo genere che ci si aspetta la donna interpreti senza sgarrare. Dunque è femminicidio. Il termine raptus veniva usato quando ancora c’era il delitto d’onore, nelle ultime fasi dell’applicazione di quella legge perfida e misogina i giudici erano un po’ restii a riconoscere l’onore come ragione valida per un assassinio e anticipavano, come spesso accade, l’abrogazione di quella legge (1981). Quando il delitto d’onore venne disconosciuto come ragione per il femminicidio ancora di più si pretese di poter avanzare la follia, la patologia, l’incapacità di intendere e volere per ottenere un’attenuante. Meglio qualche anno in manicomio che trenta in galera.

Ancora oggi il termine, per quanto non serva ad ottenere attenuanti, è un residuo che resta impresso nella testa di tante persone. E’ diventata cultura. La malattia come scusa, la follia come giustificazione. Un po’ come quando la nascita delle scienze psichiatriche sostituì la logica dei roghi attribuendo alle donne scalmanate e disobbedienti una presunta, quanto inesistente, malattia isterica (tra l’altro essa veniva curata con la stimolazione pelvica e il vibratore fu inventato apposta per quello). Finiva uno stigma e ne cominciava un altro. E qualunque sia il tempo e il luogo noterete che le donne vengono uccise ancora adducendo a motivazione la scusa più adeguata ai tempi. Perché i delitti insistono e le culture misogine si arricchiscono di nuovi linguaggi. “Raptus” rimane ancora. L’assassinio come mezzo di addomesticamento sociale e di ri-attribuzione di un ruolo di genere resta ancora un mezzo valido. E il punto è sempre lo stesso: manca la cultura del consenso. Se lei dice No è No.