Doveva allargare, evitare la “provocazione per gli elettori di sinistra” di promuovere Maria Elena Boschi a sottosegretaria, allargare invece di circondarsi di “poche persone”. E poi, dopo aver governato con Denis Verdini, parlare di caminetti e inciuci. L’ultima spallata di Beppe Sala a Matteo Renzi è una lunga disamina degli errori dell’ex segretario del Partito Democratico. Non ha mai risparmiato critiche e appunti, il sindaco di Milano. E nella costruzione di un profilo sempre più nazionale che, giura, non lo porterà a candidarsi alla guida del Pd perché “il mio presente si chiama Milano e durerà fino al 2021, poi vedremo”, Sala ripercorre l’ultimo anno e mezzo dell’ex presidente del Consiglio. Dal post-referendum al tentativo di dimissioni posdatate.

La conferenza stampa dopo il 18% raccolto nelle urne è stato “il punto più basso del renzismo”, dice il sindaco di Milano. “Noi abbiamo governato con Verdini, a chi ti stai riferendo quando parli di inciuci e caminetti?”, si è chiesto richiamando le parole del segretario dimissionario del Pd all’indomani del voto. Quel discorso, secondo Sala, è stato “più una dichiarazione di guerra, un braccio di ferro con il Pd, che una resa temporanea” mentre quello era il momento in cui Renzi “in maniera chiara doveva farsi da parte”. Cosa che ha poi fatto, ma solo in seguito all’insurrezione dei colonnelli dem. “Lo dico con rispetto – ha aggiunto – è sbagliato buttare addosso a Renzi tutte le colpe, non è l’unico ad aver sbagliato. Abbiamo sbagliato tutti ma le dimissioni non vanno fatte così, se ti dimetti fai spazio a chi deve manifestare la voglia di dire la sua”.

Il declino dell’ex segretario – secondo Sala, che concorda sulla necessità per il Pd di fare opposizione – è figlio di diversi errori, in primis “essersi circondato da poche persone e non riuscire ad allargare”. E poi il ruolo di Maria Elena Boschi, alfiera del Giglio Magico. “Non ho nulla contro di lei, ha dimostrato in breve tempo di essere una persona con una solidità politica – spiega Sala – Ma come si può dopo il fallimento del referendum costituzionale, metterla a fare la sottosegretaria?”. Quella mossa post 4 dicembre, con la “promozione” a Palazzo Chigi, viene catalogata da Sala come una “provocazione per gli elettori di sinistra“.

Adesso, quindi, “è chiaro che qualcosa deve cambiare” ma per il sindaco Renzi “non deve lasciare la politica né abbandonare il Pd, perché ha un suo elettorato e mi dà fastidio che non si riconoscano le buone politiche che ha fatto”. Ma c’è bisogno di “tempo per riflettere sugli errori” e bisogna evitare un’altra “ripartenza in quarta”. “Spero – aggiunge il sindaco di Milano parlando idealmente direttamente con l’ex segretario – che tu non voglia farti un nuovo partito” perché sarebbe un “errore”.

Ma tra Nicola Zingaretti e gli altri papabili alla guida del partito, Sala assicura che lui non ci sarà. “Il mio presente si chiama Milano, e durerà fino al 2021. Poi vedremo”, dice intervistato a Tempo di Libri. Non escludendo a priori, quindi, in futuro un suo impegno al timone del Pd. Del resto, lo aveva assicurato a fine gennaio: “Non sono tra quelli che si siedono sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere di Renzi”. Con la consueta chiarezza, subito dopo, aveva però tracciato il confine, marcato le differenze tra lui e l’ex segretario. “Io ho fatto fatica e faccio fatica ad andare d’accordo con Renzi, perché gli chiederei di essere diverso e più coinvolgente”, disse a Otto e mezzo su La7. “L’uomo le qualità le ha, ma le qualità servono a lavorare in squadra”.

La linea dell’ex manager di Expo è chiara da tempo, la costruzione passo dopo passo di un profilo nazionale va avanti da pochi mesi dopo il successo alle comunali. Proprio nel libro Milano e il secolo delle città,  che presentava oggi, il sindaco partendo dal capoluogo lombardo allarga il discorso verso orizzonti più ampi, come quando nota che “il modello Milano è senza dubbio replicabile” o che “è lo stesso modello di innovazione sociale che può dare al governo del Paese una nuova coscienza di sé”.

C’è anche spazio per uno dei primi screzi con Renzi, nel libro. Un episodio sinora inedito che risale ai tempi di Expo: siamo nel giugno del 2014 e un’inchiesta giudiziaria ha da poco scoperchiato la cupola che condizionava alcuni appalti dell’esposizione universale. Sala viene convocato a Palazzo Chigi, dove un consigliere di Renzi, in quel momento presidente del consiglio, gli chiede di mollare. C’è già un sostituto pronto: Luca Cordero di Montezemolo. “In Expo serve un lottatore da tredici ore di lavoro al giorno – ribatte Sala – Uno che non abbia nessun altro impegno. Montezemolo durerebbe qualche settimana”. E così convince Renzi a non mandarlo via.

Seguiranno la fine di Expo e la candidatura di Sala alle primarie del centrosinistra per la corsa a sindaco. Molti lo descrivono come l’uomo voluto da Renzi, ma nella primavera del 2016, alla vigilia della sfida alle urne con Stefano Parisi, i rapporti tra i due sono già sul freddino andante. Il candidato sindaco marca più volte la sua autonomia da un premier che ormai si è lasciato alle spalle l’idillio con quell’elettorato che un anno prima gli ha garantito più del 40% alle Europee: “Le elezioni amministrative – dice per esempio Sala – non devono diventare un referendum pro o contro Renzi. Io stimo il presidente del Consiglio, ma credo che noi dobbiamo focalizzarci su Milano. Per questo ho sempre cercato di impostare la campagna elettorale pensando alla città e non puntando sulle questioni nazionali”.

A fine 2016 arriva la sconfitta di Renzi al referendum costituzionale, e Sala gli consiglia di “saltare un giro”. Macché, Renzi si dimette da presidente del consiglio e segretario, ma si ripropone alle primarie e nel frattempo, dice ora Sala, . E il sindaco si guarda bene dall’appoggiarlo: “Probabilmente in questo momento la sintonia non è massima, ma mi auguro che passate le primarie si torni a lavorare insieme”. Poi la sconfitta del centrosinistra alle amministrative dell’anno scorso, con Sala che accusa i vertici del Pd di essere stati poco presenti sul territorio prima del voto. Ancora qualche bordata ogni tanto, come quando lo scorso novembre Sala commenta così l’idea di estendere il bonus da 80 euro alle famiglie: “Speriamo che a questa idea faccia seguito una visione di politica industriale del Paese”. E via via fino alla campagna elettorale e all’affondo d’oggi.