Dopo il trionfo elettorale, ma senza i numeri per poter governare in modo autonomo, il M5S e il leader Luigi Di Maio hanno lanciato un messaggio di apertura a tutte le forze politiche in modo da cercare convergenze e poter formare un esecutivo. Numeri alla mano, il M5S può guardare verso la Lega, nonostante la chiusura di Salvini. Ma c’è anche la strada di un confronto con un Pd senza Renzi. Al momento però, in casa pentastellata nessuno vuole sbilanciarsi, in attesa delle risposte dei leader degli altri partiti: “Un governo con Salvini? Lei vuole già il finale del giallo…”, ha tagliato corto Gianluigi Paragone, che già si propose come “uomo del dialogo“. “Si parlerà anche di presidenze delle due Camere, alla nostra maniera, con una rosa trasparente di nomi”, ha rivendicato invece Danilo Toninelli. Per poi puntare a un accordo su singoli temi.
C’è il rischio però di un remake di quanto accaduto nel 2013, a parti invertite. Con la strategia tentata da Pier Luigi Bersani dell’elezione condivisa di Grasso e Boldrini alla guida delle due Camere e, in seguito, con la proposta rifiutata dai 5S stessi per un “governo di cambiamento“. “Stessi rischi? Non ci sarà alcun remake“, ha replicato il candidato al ministero della Giustizia del M5s Alfonso Bonafede. “Il confronto lo faremo con tutti, ma non sarà un cambiamento. Chi ci dirà di no, magari su proposte che faceva in campagna elettorale, se ne assumerà la responsabilità”, ha aggiunto Toninelli. E su espulsi o autosospesi poi eletti, come Cecconi e Caiata, dal m5S non sembrano esserci dietrofront rispetto all’annuncio di esclusione dal gruppo fatta prima del voto: “Riabilitazione se serviranno pochi voti per fare un governo? Rispetto a quei casi, abbiamo già detto qual è la nostra posizione”, si è difeso Bonafede.
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