Tra le cause del femminicidio c’è la sottovalutazione delle denunce da parte di magistrati e forze dell’ordine. È la riflessione di Fabio Roia, giudice a Milano e già pm di punta del pool famiglia della Procura, in un’intervista a FqMilennium, il mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da sabato 3 marzo con un numero interamente firmato da donne.

“Le principali cause di femminicidio sono tre”, afferma il magistrato nell’intervista (rilasciata prima del caso di Latina, dove un carabiniere ha ucciso le due figlie e ferito gravemente la moglie, che in passato si era rivolta alle forze dell’ordine per segnalare la pericolosità del marito). “La donna che non denuncia e viene uccisa perché non chiede aiuto; la donna che denuncia, ma la sua denuncia viene sottovalutata, viene lasciata in un cassetto o della polizia giudiziaria o del giudice; la denuncia viene lavorata, ma c’è una sottovalutazione del rischio e il giudice magari applica una misura che poi si rivela inadeguata”. Di fronte a una denuncia di questo tipo è invece necessario “procedere immediatamente, anche perché la stessa vittima tende a sottovalutare il rischio che sta correndo”.

Roia insiste sul fatto che la risposta dello Stato alle donne che denunciano minacce e stalking è troppo spesso insufficiente: “Quando sulle denunce non si lavora adeguatamente e si verifica un femminicidio, ci può essere una responsabilità, come ha affermato il Tribunale di Messina con una sentenza molto coraggiosa in cui si parlava di Pubblici ministeri che non hanno valutato bene il rischio, malgrado fossero state presentate più denunce”.

Il magistrato suggerisce dunque delle modifiche alla legge sul femminicidio approvata cinque anni fa: “Si può migliorare”, spiega, anche in base alla relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. Tra queste, “la possibilità per il giudice, per una corretta valutazione del rischio, di ricorrere a “saperi esterni” per elaborare profili criminologici dell’autore del reato, che oggi è vietata. Possiamo disporre solo perizie per stabilire se una persona è capace di intendere e volere o per accertare patologie psichiatriche. Quando non vengono fatte valutazioni del rischio corrette, poi avvengono i femminicidi”.