Il ministro Carlo Calenda dovrà ringraziare il Giglio Magico se il passaggio di Aferpi agli indiani di Jindal dovesse andare in porto. Nella partita (ancora aperta) dell’ex Lucchini di Piombino sono scesi in campo esponenti di rilievo del renzismo più intimo, dal fedelissimo Marco Carrai all’avvocato Alberto Bianchi, presidente della fondazione Open che finanzia la Leopolda, fino a un altro fiorentino eccellente come il presidente della fondazione Cassa di Risparmio di Firenze Umberto Tombari, nel cui studio di avvocato hanno lavorato la sottosegretaria Maria Elena Boschi e il tesoriere dem Francesco Bonifazi.

La mediazione tra Cevital, controllante di Aferpi, e gli indiani è stata curata da Carrai, pare in ottimi rapporti con Jindal. Questo probabilmente spiega la presenza di Bianchi e Tombari come avvocati del magnate indiano dell’acciaio. Con sorpresa e qualche imbarazzo. Tutti tacciono, solo il presidente della Regione Enrico Rossi fa sapere di non guardare ai nomi dei mediatori: l’importante è firmare quanto prima l’accordo e far ripartire l’acciaierie di Piombino, praticamente ferme ormai da anni. Anche il sindaco della città Massimo Giuliani si dice preoccupato delle ragioni dello slittamento della firma, anche se mostra fiducia.

Il gruppo siderurgico indiano avrebbe pronti circa 75 milioni di euro per l’acquisto di Aferpi, secondo il quotidiano Hindu Business Line che cita fonti vicine al dossier e dà l’accordo in dirittura d’arrivo per “i primi di marzo”. La scorsa settimana l’accordo tra Jindal e Cevital sembrava cosa fatta e al ministero dello Sviluppo economico era tutto pronto per la firma. All’ultimo momento, però, il gruppo indiano ha preso tempo per riunire il proprio consiglio d’amministrazione.

I problemi non mancano. I circa 2mila posti di lavoro ipotizzati nell’accordo presuppongono infatti il ritorno all’altoforno a carbone con tutti i rischi ambientali che questo comporta. E i piombinesi hanno già fatto sapere che la soluzione non è propriamente gradita. Forse anche da qui la prudenza di Jindal in un affaire strategico per gli indiani, ma anche politico. Di cui questa inattesa comparsa di Carrai e amici, anticipata da La Repubblica, forse è una riprova.

La partita delle acciaierie di Piombino è infatti uno dei più grandi flop di Renzi. Quando alla fine del 2014 fa la ex Lucchini andò a Cevital a discapito proprio dell’offerta di Jindal, l’allora premier esultò con diversi tweet intestandosi il salvataggio. Fallito il piano di Aferpi, ha fatto marcia indietro e detto ai rappresentanti del Circolo Pd delle fabbriche, nel suo recente tour in treno, che lui avrebbe voluto Jindal e che furono Rossi e il segretario della Fiom Maurizio Landini a sponsorizzare gli algerini.

“Rebrab? Furono Rossi e Landini a volerlo. Io penso che l’operazione con Jindal, che avevo conosciuto a Firenze, andasse fatta 3 anni fa”, disse il segretario del Pd secondo la ricostruzione – in parte smentita dallo staff – del Corriere Fiorentino. Erano gli stessi giorni in cui Calenda rompeva definitivamente con Rebrab, parlando di “tre anni di prese in giro”. Ora Jindal, sconfitto nella partita dell’Ilva nonostante il parere positivo dei tecnici che confrontarono il piano degli indiani con quello di ArcelorMittal, bussa alle porte della ex Lucchini accompagnato da Carrai e amici per aprirsi una strada nel mercato europeo dell’acciaio. Ma non firma, aspetta, e a Piombino si chiedono per quale motivo.

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