Non sappiamo ancora se e come funzionerà sul piccolo schermo, ma il film/miniserie Principe Libero, biopic su Fabrizio De André, in onda su Rai1 stasera e domani febbraio 2018, su grande schermo è stato un evento speciale degno di nota. La visione obbligata era nella sala cinematografica quindi. In mezzo alla folla, in mezzo al pubblico che attendeva la visione esclusiva. Come ai concerti musicali. Prenotare un biglietto con anticipo. Segnarsi da settimane l’appuntamento in agenda. Pregustare il piacere di vedere e ascoltare un film. Il 23 e 24 gennaio 2018, giorni in cui Principe Libero è stato proiettato per circa sei spettacoli in tutto, è andato esaurito e in alcune città è stato fatto il bis con alcune repliche singole. Recuperarlo in una di queste sere è stato un tuffo al cuore. Per l’amore verso l’idea antica della proiezione cinematografica, per l’emozione di ogni strofa di De André ascoltata in mezzo ad altre persone. A mezz’ora dall’inizio di Principe Libero la sala da oltre cento posti era piena, oltretutto in modo anagraficamente eterogeneo. Che il distributore Nexo Digital con questa formula del film evento ci sappia fare (vedi l’ultimo exploit di incassi e gradimento con Loving Vincent) è un dato di fatto. Il film di oltre tre ore diretto da Luca Facchini ha poi il dolce respiro di una lunga cavalcata biografica che va digerita per intero e non spezzata in due parti come in tv. La prima parte, infatti, quella dei primi trent’anni di vita di De André è più misteriosa ed evocativa; la seconda, quella degli anni settanta, dell’incontro con Dori Ghezzi è più intima, delicata e particolarmente vintage; una terza parte, infine, quella del rapimento in Sardegna è forse la più zoppicante e frettolosa. Difetti a livello drammaturgico ci sono sì, ma è proprio in questa tripartizione marcata che Principe Libero assume la sua intrinseca peculiarità: pennellare gradualmente le tre decadi eccezionali (1960-1970-1980) che hanno trasformato l’uomo in mito, il cantautore in icona. E così come il crescendo artistico indimenticabile dei primi vent’anni è opinione condivisa da molti fan, la ricerca di profondità quasi fosse un faticoso carotaggio di radici e storia personale dell’ultimo decennio, e dei primi anni novanta (De André morirà nel 1999), è un ulteriore esempio di onestà e valore poetico indiscutibile propria del soggetto protagonista del racconto.

Facchini e gli sceneggiatori Francesca Serafini e Giordano Meacci sembrano essere stati molto attratti dalle singolarità popolari dell’artista, che dalle bettole e dalle prostitute dei caruggi genovesi ha tratto ispirazione per i suoi testi, come dalla sua naturale osmosi nel condividere umanità e socialità con la gente comune. I tre autori limano probabilmente un po’ gli spigoli del rapporto di Fabrizio con il padre, uomo estremamente ricco e potente in quegli anni, poi esaltano (almeno per quanto conferma la Ghezzi) la figura di sprono dell’amico Paolo Villaggio. Il comico genovese non era solo un vulcanico guitto pronto a immolarsi sull’altare della medietà umanissima fantozziana, ma conservava uno spirito acuto di osservazione nello spingere l’amico Faber ad andare in scena, esprimersi, comporre, suonare. Rapporto amicale che diventa commovente e limpido come null’altro nel film. Pur nel fascino della figura davvero malinconica e cupa di un Tenco quasi baritonale (perdoniamo tutto, solo per quel chiaro di luna sulla spiaggia a parlare di rock), del periodo di collaborazione con il poeta Riccardo Mannerini, ma anche verso l’amore travolgente e libero verso l’affascinante Dori Ghezzi.

La parole e il dialogo, l’illustrazione e la messa in scena delle tappe storiche della biografia di De Andrè vengono immerse poi nella purificazione del lavacro musicale di Faber. La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, La canzone dell’amore perduto, Una storia sbagliata, Quello che non ho, Creuza de ma, e quel live banalissimo con la PFM de Il Pescatore che ogni volta che lo senti ti sbatte contro la poltrona e ti gela l’anima per quell’intonsa purezza. E qui avviene quello che in molti hanno definito il miracolo del film. Ovvero l’interpretazione di Luca Marinelli. Già, l’attore romano, che ogni tanto canta a suo modo i testi di De André – poi subentra la voce di Faber e si chiude il discorso – è stato come investito magicamente dal ruolo. Il timbro (inimitabile) e l’inflessione dialettale (imitabilissima) di De Andrè non vengono nemmeno scimmiottate. Si lascia perdere in  partenza. Tanto che talvolta Marinelli sembra quasi rifare i tentennamenti di Alberto Sordi in romanesco. Pochissimo trucco, solo qualcosa per l’invecchiamento. Abiti di De André originali e una postura ricercata minuziosa e precisa. Infine, ed è qui probabilmente il vero miracolo filmico dell’intera operazione, illuminato da qualche spirito celeste sul fiume Sand Creek, Facchini trova il taglio giusto dell’inquadratura, la distanza perfetta, la mescolanza di luci e ombre, soprattutto sui palchi dei live e immortala un Marinelli/De André senza tempo e senza storia che fa venire i brividi. Poi certo, lo dicevamo all’inizio, la terza parte quella del rapimento in Sardegna della Ghezzi e De André, perde di mordente, di ritmo, si avvinghia sulle soluzioni di scrittura e regia più semplici da fiction tv, quelle con scontati nessi di causa ed effetto senza alcunchè in mezzo. Una storia che sembra quasi dissolversi come in quelle passeggiate verso il fondo della vita di un altro corposo film/miniserie tv che aveva nel capo la forza e nella coda la stasi, come fu La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Principe Libero è un importante operazione cinematografica che si dovrà stringere e spezzettare in tv. Ma rimarrà nel tempo a raccontare quell’uomo curvo e accartocciato sulla chitarra che iddio solo sa perché non voleva mai salire sul palco.