La campagna per le elezioni nazionali del 4 marzo presenta un interessante paradosso. Si sostiene da tempo che la comunicazione politica al tempo dei talk show e dei social media favorisca leader carismatici. Inoltre dalla popolazione sembra venire la domanda di un leader forte, volute da otto italiani su dieci secondo un sondaggio pubblicato da Demos l’anno scorso che fece molto scalpore. Eppure a mancare in questa campagna sono proprio i leader forti.

I principali blocchi in campo, il Movimento 5 Stelle, Pd e alleati, e il centrodestra soffrono tutti, per i motivi più diversi, di una debolezza di leadership. Sono guidati da leader offuscati, leader invecchiati, leader inesperti e leader insidiati dall’ombra di altri aspiranti leader dentro le stesse formazioni: tutto tranne che leader carismatici con qualche chance di avere maggioranze solide dopo le elezioni. Per rendersene conto basta dare un’occhiata a un recente sondaggio di Ipsos sulla popolarità dei leader.

Il caso più eclatante è quello del Pd, dove Matteo Renzi (23% di gradimento) veste le parti di un leader fortemente indebolito, che ancora non si è ripreso dalla sconfitta nel referendum costituzionale, e si ostina a non farsi da parte, per dare spazio a quello che sarebbe il leader più forte in campo: il premier uscente Paolo Gentiloni (44% di gradimento).

Nel caso del centrodestra siamo invece di fronte a una leadership bicefala, con due capi che lottano tra di loro per la supremazia ostacolandosi a vicenda. Da un lato assistiamo al ritorno dell’inossidabile Silvio Berlusconi (popolarità al 25%), che nonostante una verve invidiabile e i miracoli della chirurgia estetica tradisce il fatto di essere ormai 81enne, e che si è visto recentemente a sospendere la campagna per motivi di salute. Dall’altro lato il tentativo del giovane (per modo di dire, a 44 anni) Matteo Salvini (27% di gradimento) che cerca di imporsi a gomitate, ma la cui retorica becera spaventa l’elettorato moderato.

Infine, eccoci arrivati al Movimento 5 Stelle la formazione che dovrebbe essere favorita in termine di comunicazione politica, dato che dà un’immagine più compatta, non andando in coalizione con altri partiti, e che ha un leader giovane Luigi Di Maio (33% di gradimento) e non ancora screditato. Eppure anche in questo caso la leadership sembra debole.

Nonostante Di Maio abbia alcune caratteristiche del leader televisivo, la bella presenza, che ricorda quella di un tronista di Amici e anche una buona parlantina (nonostante i famosi congiuntivi) che gli permette di fare una figura decente nei talk show, il leader dei 5 soffre della scarsa esperienza professionale e amministrativa: un serio deficit per chi si candida a governare. Inoltre la leadership di Di Maio è indebolita dalla presenza/assenza ingombrante di Beppe Grillo che ha recentemente deciso di sganciare il suo blog dal movimento. Infine, non aiutano la credibilità di Di Maio come leader, le voci sul ruolo di controllo del movimento esercitato da Davide Casaleggio, anche attraverso la gestione della piattaforma decisionale Rousseau.

Di fronte a questa serie di leader deboli riescono a primeggiare anche i capofila di cespugli vari, come la radicale Emma Bonino che, seppure vada alle urne in un’alleanza improbabile con Tabacci di Centro Democratico, gode di un sorprendente 38% di gradimento secondo Ipsos.

Insomma la politica italiana sembra in controtendenza rispetto alla situazione di molti paesi, dove negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di leader forti e polarizzanti, come Emmanuel Macron in Francia, Trump negli Stati Uniti e Jeremy Corbyn nel Regno Unito, che sono riusciti a creare una connessione forte con l’elettorato spesso a dispetto della debolezza dei partiti di riferimento, o come nel caso di Macron operando al di fuori di essi.

Le ragioni per la debolezza della leadership in questo contesto sono molteplici. Da un lato hanno a che fare con un sistema elettorale e istituzionale, in cui le spinte personaliste e presidenzialiste si scontrano con l’estrema frammentazione della rappresentanza partitica e parlamentare. Dall’altro sono il prodotto del logorio del carisma prodotto dal sistema mediatico attuale: nell’era dei social a bruciarsi per sovraesposizione ci vuole davvero poco. Basti pensare alla traiettoria di Matteo Renzi, e di come sia passato rapidamente dall’essere un leader scoppiettante e pronto a intervenire di persona su qualsiasi canale televisione, a Twitter a Facebook, a un personaggio spento e evidentemente depresso dal calo di popolarità.

Nel tempo presente, l’innamoramento con il leader sembra potersi rapidamente mutare in sfiducia e risentimento, specie quando il leader in questione è altamente polarizzante e divisivo. Basti pensare a Donald Trump, che a poco più di un anno dal sorprendente successo nelle presidenziali del 2016 si trova ad avere un livello di gradimento molto basso per gli standard americani (40%).

Insomma, se è vero che la sfiducia verso i partiti porta gli elettori a fidarsi di più di leader in carne ed ossa, al momento la scena politica italiana non sembra offrire personalità in grado di rispondere a questa domanda. L’unico leader che riesce a sopravvivere all’esposizione mediatica, è il non-leader alla Gentiloni: il leader che si fa vedere poco in televisione e twitta il meno possibile, sperando che non facendosi notare troppo non finisca anche lui vittima del tritacarne mediatico.