Ieri a Milano Maria Silvia Fiengo ha presentato la sua candidatura al consiglio regionale come indipendente nella lista del Partito Democratico: “Diritti, famiglie, donne, infanzia, cultura saranno al centro del mio programma”. Il plurale di “famiglia” non è un caso, dato che la Fiengo è sposata con l’editore della casa editrice Lo Stampatello, unica in Italia a pubblicare libri per bambini sul tema delle famiglie omogenitoriali. L’editore in questione è infatti una donna, e la loro famiglia, ormai molto nota per i passaggi mediatici, è composta da quattro figli, due mamme, e non ricordo quanti animali domestici.

Il problema però è che dal programma del Pd sono sparite le nozze gay e la stepchild adoption, proprio mentre un altro candidato Pd, il mio collega Tommaso Cerno, ex direttore di L’Espresso, usa un linguaggio sprezzante sul tema e twitta: “A scanso di equivoci io sono gay ma trovo l’utero in affitto una pratica oscena. Pregherei di non identificare le due cose, grazie”.

Certo, è vero, la volgarità del suo linguaggio, che ignora la corretta definizione usata in tutto il mondo di “gestazione per altri” (Gpa), probabilmente arriva dai tempi in cui era candidato nelle liste di Alleanza nazionale (per le comunali del 1995), area politica, quella della destra, dove oggi si fa campagna elettorale  contro le famiglie omogenitoriali, alla faccia dell’Onu che, proprio un anno fa, raccomandava all’Italia di portare a compimento le norme sulle unioni civili regolamentando la stepchild adoption (report “Osservazioni sull’Italia” pubblicato dal Comitato Onu dopo sei mesi di monitoraggio dello stato dei diritti umani nel nostro paese).

Una certa Italia reagisce però a chi tenta di fare leva sull’ansia di coloro che percepiscono l’arrivo di un nuovo diritto come una limitazione dei propri, e ironizza sugli ormai noti manifesti della Meloni, leader di Fratelli d’Italia, dove si legge il claim “Difendi la famiglia tradizionale”. Gabetti, ad esempio, senza il timore di perdere clienti, ritrae due donne innamorate che fanno colazione nella loro casa. L’agenzia funebre Taffo si spinge oltre e nelle strade della Capitale affigge cartelloni giganti con la foto del titolare, Alessandro Taffo, e la scritta: “Difendi la sepoltura tradizionale”.

Ma i veri ruggiti arrivano dal web, dove i social si schierano per i diritti e viralizzano una campagna dal basso che prende in giro la Meloni, con “meme” satirici che mostrano famiglie tradizionali dell’orrore (come quella di Shining) o famiglie non tradizionali felici (come quella di Shrek). Ma gli oggetti digitali per “resistere” all’invasione di politicanti che vorrebbero tornare indietro sulla via della parità dei diritti sono un diluvio e dovrebbero servire da monito per chi sta andando a caccia di voti.

Bellissima la lettera aperta sulla pagina Facebook di Wequal di una mamma omogenitore a Giorgia Meloni che in tv si emoziona parlando della figlia e dice “in campagna elettorale vedrò poco poco mia figlia, mi dispiace” tra le lacrime.  La spettatrice risponde:

Giorgia cara, sai, anche io mi commuovo pensando a mio figlio che, a causa di persone come te, non può vedere ancora riconosciuti entrambi i suoi genitori. Mi commuovo all’idea che se mi succedesse qualcosa, la sua vita sarebbe in balia di giudici e tribunali e non tra le braccia rassicuranti della sua mamma bionda. Mi commuovo per ogni stramaledetta delega sono costretta a firmare perché l’altra mamma possa fare con suo figlio quello che ogni altro genitore ha semplicemente il diritto di fare. Comunque stai tranquilla, a tua figlia sarà facile spiegare perché la mamma è stata meno presente a causa del lavoro. Sono io che avrò invece un po’ di difficoltà a spiegare al mio perché delle persone -spesso e volentieri a loro volta genitori- si ostinino a non voler riconoscere la nostra famiglia. Eh già, non sarà per niente facile.

Per fortuna in campo ci sono le donne, dalla paladina dei diritti delle famiglie omogenitoriali e dei loro bambini Monica Cirinnà, capolista del Partito democratico nel collegio plurinominale del Lazio 3, che assicura: “Il cammino dei diritti è ancora lungo, ma il mio impegno punta dritto agli obiettivi che ho sempre perseguito: penso alle donne, che non devono più subire violenze e soprusi, ma devono invece arrivare alla piena parità economica, politica e sociale. Dobbiamo ottenere il riconoscimento delle loro capacità, della parità salariale, oltre al diritto di trasmettere il cognome ai figli; penso ai diritti dei bambini, e se in questa legislatura abbiamo tutelato gli orfani di femminicidio, per garantirgli un futuro di lavoro e sicurezza, adesso occorre raggiungere piena eguaglianza dei diritti delle bambine e dei bambini, in qualunque famiglia essi vivano e in qualunque modo siano nati; penso a una riforma delle adozioni che riconosca la capacità genitoriale a tutti, ai single e a tutte le coppie conviventi, sposate e unite civilmente; penso a una legge che finalmente punisca ogni forma di omofobia; penso a dare piena cittadinanza a tutti quei minori nati in Italia da genitori stranieri regolari, bambini che parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole e giocano con i nostri figli”.

O Emma Bonino, che con + Europa prende posizione a favore dei diritti delle famiglie omogenitoriali: “È altrettanto importante che il Parlamento discuta una riforma del diritto di famiglia nella prospettiva di superare le discriminazioni in materia di matrimonio, unione civile, adozione, riconoscimento automatico dei figli alla nascita e opportunità dei figli di genitori separati”. O Laura Boldrini, di Liberi e Uguali: “Vogliamo un eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi anche delle coppie Lgbt, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità”.