Nessun dato sull’andamento del deficit e del debito pubblico. Quel che salta all’occhio, nelle previsioni economiche d’inverno pubblicate mercoledì dalla Commissione europea, non sono i numeri che ci sono – e che continuano a piazzare l’Italia ultima tra i 27 per crescita del pil – ma quelli che mancano. Le valutazioni periodiche di Bruxelles sui conti pubblici dei Paesi Ue includono sempre stime sul progresso dell’economia, sulla disoccupazione, sull’inflazione e, appunto, su disavanzo di bilancio e rapporto debito/pil. Questa volta le informazioni politicamente più sensibili, perché quelle sull’Italia confermerebbero che dopo le elezioni del 4 marzo servirà una manovra aggiuntiva, sono state omesse.

Ufficialmente perché, ha comunicato Bruxelles, da ora in poi saranno diffuse solo “con cadenza semestrale in primavera e autunno”, come avveniva prima dell’intensificarsi della crisi. Ma, secondo Repubblica, la decisione è stata presa “per non costringere Bruxelles a intervenire nella delicata campagna elettorale italiana”. Si tratta in ogni caso di una inversione a U rispetto all’auspicio che “i cittadini sappiano la vera situazione economica dell’Italia” espresso lo scorso autunno dal vicepresidente della Commissione, Jyrki Katainen.

Solo tra aprile e maggio, dopo il voto, nell’ambito del semestre europeo di bilancio saranno diffuse le nuove previsioni’complete di tutti i principali indicatori. Seguite dalle raccomandazioni ai singoli Paesi e dal risultato finale dell’esame sulla congruità dei conti pubblici nazionali. Un esame che lo scorso novembre, per la terza volta consecutiva, Bruxelles ha rinviato alla primavera successiva. In altre parole si saprà ufficialmente se, secondo le valutazioni dell’Ue, l’Italia dovrà mettere in cantiere una manovra correttiva da almeno 3,5 miliardi di euro. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, pochi giorni fa, ha ammesso che la manovra è una possibilità che non esclude:  “Quando ci saranno le previsioni della Commissione Ue tra qualche mese, la Commissione darà la sua valutazione del nostro quadro macroeconomico e di finanza pubblica (…) Quello che ci chiederà lo vedremo”, ha spiegato durante Telefisco.

La scheda-Paese sull’Italia si riduce in tutto questo a una sola facciata, in cui si attesta che “la crescita continua a beneficiare del ciclo globale positivo e della maggiore domanda domestica” e si prevede che anche nel 2018 il pil della Penisola salirà dell’1,5%, come – stando alle stime preliminari – nel 2017. Il dato è stato rivisto al rialzo dall’1,3% previsto a novembre. Ma non basta per smuovere Roma dalla posizione di fanalino di coda dell’Eurozona e della Ue, con largo distacco: nel 2017 i 19 membri dell’area euro sono cresciuti in media del 2,4% e nell’anno in corso registreranno secondo Bruxelles un progresso del 2,3%. La Ue ha messo a segno un +2,6% e nel 2018 rallenterà di poco, a +2,5%. La Germania è data a +2,3% la Germania, la Francia a +2, la Spagna a +2,6%, la Grecia addirittura +4,4 per cento.

Uno Stato che farà peggio dell’Italia in realtà c’è, ma è la Gran Bretagna, vista a +1,4% nel 2018. I dati del Regno Unito sono riportati separatamente perché dopo il voto su Brexit, che ha provocato un deciso rallentamento degli investimenti, è considerata fuori dalla media Ue. “Sebbene la ripresa in Italia sta diventando più autosostenuta, le prospettive di crescita restano moderate”, scrive la Commissione, “dato il limitato potenziale di crescita dell’economia italiana”. I rischi al ribasso sono “largamente connessi all’ancora fragile stato del settore bancario italiano“. Peraltro, sottolinea il documento, le proiezioni di crescita “sono basate sull’assunto” di un non cambiamento delle politiche in atto (no-policy-change assumption), cioè “che l’Italia continui ad attuare le riforme già adottate per favorire la crescita e persegua politiche di bilancio prudenti“.