Nanga Parbat. La nona montagna più alta della terra. La “montagna del destino” di Reinhold Messner, che lì ha perso suo fratello Günther. Ottomilacentoventicinque metri, che a scriverlo in parola rende anche più forte l’idea di grandezza. Nanga Parbat. In lingua hurdu “montagna nuda”. La montagna dove Tomek Mackiewicz ha perso la vita lo scorso 27 gennaio, tentando di raggiungere la vetta insieme a Elisabeth Revol.

Ora, l’alpinista sopravvissuta racconta quanto successo lassù, in quel punto sperduto e solitario dove lei e Tomek sono rimasti bloccati. “Era il mio quarto tentativo invernale, il settimo per Tomek e il terzo insieme”. Così inizia il racconto di Elisabeth all’AFPÈ il 20 gennaio quando i due alpinisti iniziano a salire. Dopo qualche giorno, si trovano a 7000 m di altitudine e lì stanno bene, dice la Revol, tanto da decidere di salire fino in cima, alle 17:15. In ritardo. Dopo 45 minuti, i due sono sul tetto del Nanga Parbat, la “montagna nuda” è conquistata. Pochi minuti di godimento, c’è da scendere.

Là Tomek mi dice ‘non vedo più niente’ – continua Elisabeth – Non aveva usato una maschera perché aveva un leggero velo durante la giornata e al calar della notte aveva un’oftalmia. Non abbiamo sprecato un solo secondo in cima. Era una fuga verso il basso”. È notte. La discesa è difficile. Tomek le si aggrappa al braccio. “A un certo punto non riusciva più a respirare, ha rimosso la protezione che aveva sulla bocca e ha cominciato a congelare. Il suo naso diventava bianco e poi, dopo le mani, i piedi”. È lì che l’alpinista francese decide di mandare un messaggio di soccorso. Ed è lì che trovano un riparo, dentro un crepaccio.

Al mattino la situazione di Tomek è disperata, “del sangue colava costantemente dalla sua bocca”. Il mal di montagna, nella sua fase più tremenda, quella nella quale si muore, a meno di non venire recuperati in tempo. Elisabeth chiama ancora i soccorsi, il suo compagno non può scendere da solo. “Mi hanno detto, se tu scendi a 6.000 metri puoi essere recuperata e si può recuperare Tomek a 7.200 m. È successo in quel modo. Non è una decisione mia, mi è stata imposta”. Elisabeth rassicura Tomek, “sono obbligata, verranno a prenderti”. Inizia a scendere, e poi trova un riparto, Elisabeth. Aspetta gli elicotteri, che non arrivano. Una seconda notte al gelo. Teme per se stessa, ma più ancora per Tomek, che è ancora lassù, nel crepaccio. Quando capisce che l’elicottero non arriverà se non dopo una terza notte da passare ancora lì, fuori, incastrata nel freddo, decide di scendere. Quando, verso le 3:30 raggiunge il campo 2 a 6.300 m, per lei “è una grande emozione”. Ora, di fronte, ha solo la lunga strada per recuperare. Di Tomek parla sempre al presente. Tomek, un passato da eroinomane, un periodo di due anni trascorso in un centro di recupero, l’amore per i suoi tre figli, l’amore trovato per la montagna. Soprattutto per la “montagna nuda”, quel gigante magnifico e pericoloso che è il Nanga Parbat e che gli è costata la vita.