Bologna è il centro apicale dello scontro tra diverse aree politiche e gruppi dirigenti che sono stati per dieci anni nello stesso partito, il Pd. Scontri e scissioni che avevano già vissuto in precedenza – per intenderci dalla svolta della Bolognina, non a caso compiuta qui – e che arrivano a quest’ultima tenzone in cui si incrociano le spade e le lance di quel che fu l’invincibile armada comunista e post comunista e i discendenti di Moro, di Zaccagnini ma anche di Forlani.

Paradossalmente la città che fece della sua “diversità” comunista l’emblema orgoglioso del buon governo in tutto il cinquantennio democristiano, oggi si ritrova a vivere in prima persona la metamorfosi che è avvenuta nel corpo, e nell’anima, del suo partito di riferimento. L’avvento di Renzi ha segnato il compimento di una definitiva trasmutazione: la giraffa di togliattana memoria, cioè quel Pci animale dal corpo grande e dal collo lungo che guardava lontano, ha assunto definitivamente le sembianze di un balenottero rosè, ovvero di un partito sempre più simile a quella balena bianca, che fu di dimensioni però ben maggiori, con qualche pallida sfumatura del colore antico della sinistra, ormai sbiadito da troppe svolte.

E’ questo il senso dell’ormai più che probabile candidatura, a meno di ripensamenti dell’ultimo secondo, di Pier Ferdinando Casini. Pierferdi per gli amici, già democristiano di lungo corso, era enfant prodige del gruppo che faceva riferimento proprio a quel Forlani che sulla pregiudiziale anticomunista aveva costruito la più solida alleanza con i socialisti di Craxi nella formula magica del pentapartito, non più tardi di trent’anni orsono.

Così la metafora del compromesso storico di berlingueriana e morotea memoria che immaginava la ricomposizione delle masse cattoliche e socialiste, nella costruzione di un’Italia migliore e molto diversa (ma non era una formula di governo checché ne dicano i revisionisti di regime) precipita nell’immagine di un personaggio che non ne incarna certo le virtù migliori, nel senso della coerenza politica, essendo stato in questi anni tra i maggiori esponenti degli orientamenti più moderati, alleato di governo di Berlusconi e della destra come dei leghisti, fino alla svolta dell’ingresso in maggioranza con il Pd renziano.

Questa candidatura, vissuta con disagio petroniano, nel senso che l’immutabile “disciplina di partito” cui l’Emilia Romagna è consona, ma ben condita da sapienti riequilibri di candidature di apparato per mitigarne l’impatto, impedisce rivolte contro la direzione centrale. Rappresenta inoltre la definitiva mutazione genetica che cominciò per volere di Romano Prodi, inventore del Pd e mite riformista proto democristiano. Come per ogni inventore la cui creatura sfugge al controllo e diventa un Saturno, figura mostruosa che divora i suoi stessi figli.