Come buon proposito per il 2018 chiederei un po’ di coerenza al club del “Io non sono razzista, ma…”. Dirigo un giornale on line e, nel bene o nel male, sono quotidianamente affaccendato nella moderazione dei commenti. Non intendo qui criticare chi crede che le frontiere migliori siano quelle col filo spinato; o chi maledice il governo di turno che si arricchirebbe con gli esodi epocali; o chi semplicemente non vuole calpestare lo stesso suolo di negri, rom, rumeni, marocchini eccetera eccetera. E nemmeno difendere pseudo partiti dell’impunità, nel caso qualche ospite si macchiasse di crimini sul suolo italiano.

Chiedo solo un po’ di coerenza. Il cui etimo, scherzo del destino, è “stare unito, attaccato, insieme”. Ecco, rimanete attaccati a voi stessi. Scrivete quello che volete insomma, ma fatelo secondo una logica. Risparmieremmo tutti in termini di tempo e di maalox. Procedo con le esemplificazioni in materia. Il luogo comune più celebre è quello di chi si strappa i capelli perché i migranti “vengono qui a cazzeggiare, non a lavorare”. Eppure, se si offre loro un lavoro (cosa che può avvenire solo dopo il riconoscimento di uno status di protezione internazionale, non prima di un anno, un anno e mezzo) ecco che “rubano il posto agli italiani”.

Allora vediamo se va bene farli lavorare gratis come volontari. È successo pochi giorni fa a Lagosanto, in provincia di Ferrara, dove vivo, su iniziativa dell’Auser locale. Niente da fare: arrivano minacce di stracciare la tessera associativa e anche promesse di disdette per le cene comunitarie nel caso un rifugiato serva ai tavoli.

C’è quindi chi grida “gli stranieri a casa dei buonisti”. E allora i buonisti provano ad ospitarli a casa loro. Ma trovano un sindaco, della Lega o del Pd, che minaccia di aumentare le tasse a chi si permette di aprire le porte di casa.

Il peana vale anche per il capitolo delinquenza. “Se fanno un furto gli italiani finiscono in galera, se lo fanno gli stranieri il giudice o il pm li libera subito”. Inutile far notare che al 30 novembre 2017 su un totale di 58.115 detenuti nelle carceri italiane, ben 19.903 sono stranieri (dati ministero di Giustizia). Peggio ancora. La risposta consueta è: “in galera c’è sovraffollamento perché è pieno di stranieri, segno che delinquono più degli italiani”.

Veniamo al mantra dei finti profughi. “Vengono qui per bighellonare, non scappano da guerre. Infatti solo il 5% è davvero un richiedente asilo”. Il 5% (in realtà l’8%) ottiene lo status di rifugiato. Ma questo non significa che il restante 95 (o 92) percento sia stato scartato perché ha percorso migliaia di chilometri e rischiato la vita in mare o nel deserto – quando non viene ammazzato o torturato prima – solo per prendere per il culo noi italiani.

Gli esiti delle 7.937 domande di asilo vagliate dal ministero dell’Interno nel novembre 2017 parlano di 641 rifugiati (8% del totale), 423 persone che hanno ottenuto la protezione sussidiaria (5%) e 1.982 cui è stata riconosciuta quella umanitaria (25%). Si sono visti negare la richiesta in 4.829 (61%). I dati sono omogenei dal 2015 ad oggi. Per i san Tommaso, vedere il sito del ministero dell’Interno.

Un breve bignami per chi fatica a capire le differenziazioni sopraesposte. Il rifugiato è chi chiede protezione a uno Stato estero nel timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, cittadinanza, opinioni politiche. La protezione sussidiaria viene concessa se sussistono fondati motivi di ritenere che il richiedente, se ritornasse nel paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno. La protezione umanitaria si accorda quando ricorrono gravi motivi, in particolare di carattere umanitario, e non ricorrono i requisiti dei precedenti riconoscimenti.

Arrivati a questo punto ti fanno notare che sono “Tutti uomini, giovani forti e robusti”, lasciando intravedere un malcelato timore di contaminazione della specie. Eppure, se arrivano solo donne, magari incinte all’ottavo mese, le cacciamo via con le barricate, come a Gorino.

Le ho intervistate quelle dodici donne che eroici pescatori volevano rispedire al mittente. Mi hanno raccontato le loro storie. Molti non crederebbero alle loro parole. Alle loro ferite forse sì. Una di loro, Abidemi, aveva la spalla combusta dall’acido. Forse un trucco splatter per commuovere gli ingenui occidentali.

Ma anche se qualche lacrimuccia può scendere per eccesso di empatia, eccoci a ricordare l’ultimo luogo comune: “un conto è salvarli, un conto riempirli di soldi. Li vedi che scendono dai barconi che hanno già il cappellino di marca e l’i-phone”. Già, chiudiamo con un appunto su gadget, bei vestiti e smartphone.

Vi ricordate la foto di Aylan? Sì, quel bambino siriano trovato annegato sulle spiagge turche. Addosso aveva scarpette, jeans corti e maglietta rossa. Non mancava qualcosa? Mancava un salvagente. Il biglietto pagato dal padre non comprendeva il giubbotto di salvataggio. Il padre di Aylan aveva acquistato il tagliando più economico verso le coste greche. Immagino perché non poteva permettersi di comperare per la moglie e i figli l’attrezzatura indispensabile a salvare le loro vite.

Già, perché nell’immensa fiera della necrofilia che si snoda sui porti di sola andata di Africa e Asia vendono anche l’equipaggiamento necessario a scampare alla morte. Scampare. Chi cerca scampo deve sperare di non essere così povero da terminare anzitempo la sua fuga. Ecco il capo firmato che voleva Aylan, un salvagente.