Ciao ragazzi ciao. Il ragazzo della via Gluck compie 80 anni il sei gennaio. Adriano Celentano il “molleggiato”, il “re degli ignoranti”, quello che delle regole francamente se ne infischia, giusto l’anno scorso aveva spento le candeline dei 60 anni di carriera. Un’immagine pubblica tra musica, cinema e tv che ha segnato la cultura popolare del paese come nessun altro. Celentano guru. Celentano predicatore. Celentano despota. Celentano one man show all’americana. Ancora prima di quel Fantastico 8 che nel 1987 rivoluzionò la televisione, la scaletta pop di Adriano era già scritta nella storia: una strofa di Una carezza in un pugno e un monologo contro il nucleare, un ritornello profetico di Chi ce l’ha con me e una tirata su Dio, l’elegia in musica della coppia (etero) più bella del mondo e l’affondo sulle coppie gay. Alla fine degli anni cinquanta è un’autentica sorpresa musicale che porta il rock and roll in Italia con fan in delirio per decenni tra la nebbie milanesi e il tavoliere delle Puglie senza sapere una parola di inglese. Negli anni settanta/ottanta è un regista cinematografico megalomane che detta regole a produttori e distributori girando film impossibili, ma anche attore popolare di commedie campioni d’incassi. Infine tra gli anni ottanta/novanta è un intrattenitore tv che sposta milioni di persone con un semplice gesto della mano.

In quel Fantastico 8 all’ottava puntata mentre sciorina il suo monologo politico che inchioda milioni di orecchie e occhi, chiede agli spettatori di Rai 1 di cambiare canale e sintonizzarsi su Canale 5. L’Auditel di allora segnalò uno spostamento dalla tv pubblica a quella privata tra i 2 milioni e 700 mila e 3 milioni e 700 mila spettatori. Celentano Howard Beale. Il protagonista conduttore tv di Quinto Potere. Quello di “sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”. Prima delle tirate anticasta di Beppe Grillo e lontano dalle lusinghe di Silvio Berlusconi. Totale libertà creativa e di linguaggio. La caccia è contro l’amore, scrisse su una lavagna prima di un referendum sempre dal palco di Fantastico. Con la terza persona del verbo essere senza accento. Lui che è ignorante. Lui che ribalta ogni tradizione senza bruciarla. Inventa le pause in tv. Non parla per diversi secondi. Anche trenta o quaranta. Poi riparte e si incazza. E lo fa da “re” degli ignoranti. I luoghi comuni che si fanno magmatiche invettive. Il popolano che diventa profeta. Quello che ha visto la fame in via Gluck e all’improvviso si fa capopopolo mediatico. Una roba che intellettuali e quotidiani politicamente corretti dell’oggi definirebbero “populista”, ma che all’epoca gli stessi osservavano e gustavano con piacere nel grigiore televisivo screziato a malapena da un Arbore e poi un lustro dopo dai Guzzanti, Rossi, Dandini.

Basta aprire il baule della carriera di Adriano e questa mania di essere non “al” centro, ma “il” centro dell’attenzione riappare in ogni maniera, angolo, decennio. Prendi il Clan. L’etichetta indipendente per produrre la propria musica. Va bene le rivalità, gli infiniti parolieri e musichieri a battere cassa. Però quell’idea è simbolo di un’anomalia che mai più si ripresenterà in Italia. Almeno non nei numeri, men che meno nelle intenzioni del singolo artista a proprio agio nel sistema del suono globalizzato. Prendi il cinema. Celentano ci entra dentro distruggendo la cristalleria. Dopo la sbornia da Clan modello Rat Pack alla Sinatra con Super rapina a Milano nel 1964, ecco Yuppi Du. Una commedia che è quasi un musical. Protagonisti degli strampalati contadinacci dai vestiti sbrindellati, zeppi di figli, che galleggiano letteralmente sull’acqua lagunare. Celentano firma tutto. Regia, sceneggiatura, montaggio, musiche e interpreta il ruolo principale. Il film è campione d’incassi. La colonna sonora vende centinaia di migliaia di copie. Nel 1978 è il turno di Geppo il folle, sintesi del proprio divismo, autocelebrazione camp della popstar di paese, senso dell’umorismo che mette in contrasto ricchezza industriale e ruspante povertà campagnola. Poi c’è Joan Lui nel 1985. Altra delirante sovraesposizione di sé, Celentano sorta di Cristo/Dio che piomba sulla terra e tira pipponi sulla droga che nemmeno Muccioli. Musical chilometrico che fa andare in bestia i produttori Cecchi Gori e fa un flop terrificante al botteghino. Eppure Celentano mantiene parallelamente una carriera d’attore comico ultrapopolare dove veicola i suoi temi (ambientalismo, ecologismo, la purezza della vita di campagna) e si trasforma in divertente scimmione (Bingo Bongo), autista di autobus (Innamorato pazzo), agricoltore asociale (Il bisbetico domato). Ogni volta icona fascinosa maschile irraggiungibile per avvenenti principesse e star dell’epoca (Ornella Muti su tutte).

Celentano porta avanti coerente  e da sempre il suo set poetico e intellettuale da insofferente alle regole. Quando canta, quando parla, quando produce, quando recita, quando improvvisa. A diversi suoi concerti, come in molti brani eseguiti dal vivo negli show tv, è accaduto spesso che Adriano fermasse l’esecuzione all’improvviso. Pubblico in visibilio. Insulti ai suoi pazienti (e grandiosi) musicisti. Di solito la causa è il volume troppo alto che non permette al re degli ignoranti di sentire la sua voce. Tutto riparte da capo. Probabilmente Battisti, De Gregori, Dalla, dal vivo, non l’avrebbero mai fatto. Lui invece sì. Imperturbabile. Arrabbiato. Infastidito. Eppure attorniato dai suoi fidati musicisti e amici. Celentano è così. “Torno Sui Miei Passi/Sulla Vecchia Strada/Per La Via Del Rock and Roll/Mentre Il Mondo è Tutto Beat”. L’ultima in ordine di tempo, l’ultima trovata prima del buen ritiro, è stato il tormentone di cos’è lento e cos’è rock. Monologo iniziale della seconda puntata di Rockpolitik nel 2005. Un po’ il rifacimento di Destra Sinistra dell’amico Gaber, ma con meno lungimiranza e sarcasmo. Il papa è rock, la droga e la pornografia sono lente. L’aereo è lento, la lumaca è rock. Giaculatoria lunga un chilometro dell’anticonformista che si fa passatista. Moralismo istituzionalizzato che esonda a scapito di un naturale spirito di ribellione. È l’ultimo vero atto deliberatamente politico del Celentano pubblico. Un’apparizione fugace a Sanremo, due battute su un giornale per un parere politico, un disco (l’ennesimo) con Mina. In attesa che la pausa finisca presto. Lo storico silenzio di Adriano. Sguardo di sbieco. Quello imitato da Teocoli con perfezione e perizia. Tanti auguri mister 24mila baci.