“Il segno distintivo dell’uomo è la mano, lo strumento col quale fa tutto ciò che è male.” Compreso premere un bottone. Nella lotta tra galli Usa-Corea, il resto dell’orwelliana Fattoria degli animali sembra fare spallucce alle minacce starnazzate nel pollaio prendendole per l’ennesima, carnevalesca alzata di cresta. Indifferenti al dolore come gli uomini del romanzo, sottovalutiamo la guerra perfino ora che a becchettare sono gli unici ad aver già schiacciato il tasto che superava i limiti del nucleare: gli Stati Uniti, (ex) rassicurazione dell’Occidente intero.

Così condividiamo sugli smartphone le freddure di Donald Trump sul “pulsante più grosso” proprio mentre questo si fa tangibile nelle parole dell’individuo più potente al mondo, tra le sue dita. Come un gingillo da leggere in un racconto, dove tutto è possibile. La guerra, però, non è solo teorica e possibile. È in Libia, recintata dal mare, è nell’Iran che brucia, è in Siria, è nello Yemen. È quasi stata in Turchia, provincia dell’Unione Europea, in un golpe o presunto tale distante poco più di 400 giorni fa. “Ma figurati se scoppia, sarebbe la fine di tutto.”

La sola difesa che abbiamo dalla guerra è la guerra stessa. La speranza che il timore di “esagerare”, di cancellare milioni di persone con pochi spari, illumini le menti dei potenti e le tranquillizzi nella pace. Armi troppo devastanti per essere usate. Armi teoriche. Ma la storia dell’uomo non è storia che si fa scrupoli. Abbiamo usato il fuoco quando bastava per spazzare via villaggi di legno, gli ammorbati di peste catapultati dentro città in assedio, l’olocausto. A una generazione da Hiroshima e dalle svastiche, abbiamo già dimenticato. Perfino la guerra fredda, che mise in bilico due emisferi, sembra infinitamente distante. Ciò che finisce sui banchi di scuola non ci riguarda più.

Così la guerra è rimasta nelle nostre vite solo nei film. È in tv e sui cellulari e nei cinema e nei videogame. La vediamo così spesso da possederla pur senza averne mai sentito il tanfo. La guerra è una finzione, i cadaveri sono comparse di un mondo diverso dal nostro. Basta spegnere e la battaglia si ferma. Armistizio fino al prossimo episodio da vivere trincerati sul divano. Quando, per caso, la morte affaccia davvero sulle nostre strade, nei club di Parigi o sui lungomare a bordo di un camion, siamo sconvolti, sorpresi: “Com’è possibile?” Ci stupiamo di come chi vive sotto temporali di tuoni e bombe ne porti gli effetti in casa nostra. Scene da film, uscite da un film. Lo schermo, una lastra di vetro sottile, è la sola barriera tra noi e la consapevolezza dei tumori del mondo. Uno schermo che non ci difende ma ci distrae. E tanto ci basta.