“Credo che per Haftar l’uccisione del sindaco di Misurata Mohamed Eshtewi sia una notizia positiva sul piano politico: lo rafforzerà. Il generale potrà dire che tutte le persone libere dovranno votare per lui e chi non lo farà è sotto minaccia, visto quello che succede a chi vuole dialogare con lui”. Lo sostiene Jalel Herchaoui, esperto di Libia e ricercatore dell’Università Paris VIII. Il primo cittadino di Misurata era una figura importante, che ha sempre cercato il dialogo tra la sua parte – l’ovest, principalmente fedele al governo appoggiato dall’Onu di Fayez Al Sarraj – e l’est dove comanda il generale ribelle Khalifa Haftar, l’uomo che oggi appare come il più forte in Libia. Per quanto non sia chiaro chi l’abbia ucciso, è chiaro che il suo cadavere sarà sfruttato sul piano politico dalle forze che si contendono la Libia.

L’omicidio di una delle figure più moderate e dialoganti del Paese avviene in un momento particolare. Il 17 dicembre 2015 a Skhirat, in Marocco, i delegati dei due congressi di Tobruk e di Tripoli hanno costituito il Governo di accordo nazionale (Gna), con a capo Al Sarraj e con il supporto delle Nazioni Unite. Un accordo che doveva essere annuale, con l’opzione di rinnovo per altri 12 mesi, ma ancora non è stata possibile costruire alcuna alternativa. L’accordo di pace che ne sta alla base, il Libyan Political Agreement, è ancora oggi per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite l’unica via di uscita dalla crisi.

Non per Haftar, che in un’apparizione televisiva il 17 dicembre ha definito l’accordo di Skhirat “un pezzo di carta”, aggiungendo che l’autopraclamato Esercito nazionale libico (Lna) obbedirà solo a chi vincerà le elezioni. Haftar si è conquistato un grande seguito nella battaglia per strappare Bengasi alle milizie islamiste e ora sembra essere uno dei possibili candidati più forti per la tornata elettorale. Tra i candidati con cui dovrà confrontarsi, secondo media egiziani, ci sarà anche il figlio del deposto colonnello Gheddafi, Saif.

Mohamed Eshtewi era il sindaco di una città simbolo della complicata situazione in cui versa la Libia. Misurata ha resistito al più lungo assedio della rivoluzione del 2011, ha una lunga tradizione di solidarietà e di commercio, ricorda Herchaoui. “Se tutte le brigate di Misurata combattessero insieme, sul piano militare sarebbero almeno comparabili all’esercito di Haftar”, spiega. Ma al momento questa unità sembra solo nei discorsi dei tanti leader che aizzano l’animo dei rivoluzionari di Misurata. Nei fatti, però, “c’era una forte opposizione interna ai leader moderati che cercavano il compromesso con l’est e la via di uscita diplomatica alla crisi”, prosegue Herchaoui.

Infatti, al potere delle forze laiche rivoluzionarie si contrappongono dei gruppi salafiti vicini alla Fratellanza musulmana. Gli importanti businessman della città già da luglio, con al seguito il sindaco Eshtewi, cercavano di stringere nuovi accordi commerciali con l’Egitto. Qualcuno voleva far credere che ci fosse un ampio consenso su questa posizione di dialogo e che Misurata, come spesso accaduto in passato, potesse fare storia a sé. Ma era un errore.

Quello del sindaco Eshtewi, sottolinea Herchaoui, non è infatti l’unico omicidio illustre accaduto di recente nella città a ovest di Tripoli. La tensione è cominciata a salire tra marzo, quando il Consiglio municipale è stato abbattuto dai vecchi rivoluzionari, che hanno istituito un Consiglio militare a governo della città. A ottobre, Daesh ha rivendicato un attentato che ha prodotto almeno tre morti. Nei giorni successivi 13 persone sono state arrestate con l’accusa di far parte di una cellula affiliata allo Stato Islamico. A novembre il leader della coalizione di forze estremiste di Bengasi Ahmad Bakir è stato arrestato torturato e ucciso a Misurata. “Tutti sapevano che si poteva arrivare a questa violenza – continua il ricercatore – ma l’immagine pubblica di Misurata era comunque quella di una città carismatica, unita e con un unico obiettivo. Per questo l’omicidio è vissuto come uno shock in Libia”.

“L’Italia ha puntato su Sarraj ad ovest perché è l’unico che può mantenere una certa stabilità in una regione tanto divisa – continua Herchaoui – in ogni caso Haftar non ha nulla da promettere in quella zona, dove storicamente ci sono molti interessi italiani, comprese le raffinerie”. Il problema è che nella migliore delle ipotesi dalle elezioni uscirà un unico vincitore e chi uscirà sconfitto sarà delegittimato da qualunque ruolo politico in Libia. “Non credo ci sia nulla di democratico in questo. L’eccessiva attenzione al termine ‘elezioni’ fa perdere di vista quelli che sono i veri obiettivi: la pace in Libia, la stabilità, la possibilità dei libici di convivere, la soluzione politica”, conclude Herchaoui. Non c’è possibilità di accordo, in questo momento, da nessuna parte della Libia. Nemmeno a Misurata.