C’è chi va casa del paziente a piedi o si fa portare in auto dai parenti. Chi inforca la bicicletta, anche di notte, per una visita a domicilio come nell’Ottocento. Succede in Basilicata dove le guardie mediche da giorni sono scese letteralmente sul piede di guerra. Sulla loro testa, e sul portafogli, s’è abbattuto un gigantesco pasticcio: devono restituire le indennità accessorie che le Asl hanno versato per 10 anni – 5 euro l’ora circa per coprire i vari buchi della sanità lucana – come fossero una refurtiva e non il risultato di un accordo integrativo decentrato firmato in Regione da sindacati e parte pubblica tuttora in vigore, contemplato a sua volta nell’Accordo Collettivo Nazionale. Poco importa, ai medici tocca ora restituire anche 60-70mila euro. ​E non solo in Basilicata, perché la grana è esplosa anche in Abruzzo e Campania e sta arrivando in Calabria dopo che la Procura contabile nazionale ha contestato ratio e quantum di quelle identità che, solo per la Basilicata, avrebbero prodotto un danno all’erario di 18 milioni di euro. Così, mentre si ingrandisce il buco nero per i conti pubblici ​man mano che si contagia tutta l’Italia​, si impone il tema di garantire la continuità assistenziale, cosa che i medici si impegnano a fare non senza colorite (quanto risolute) proteste.

Le indennità della discordia
Il pasticcio nasce da lontano. Dal 2001 i medici addetti al servizio di guardia medica, ribattezzati oggi di continuità assistenziale, a fronte di sedi fortemente disagiate, montane, isolate, percepiscono, in aggiunta al compenso professionale previsto dall’ Accordo Collettivo Nazionale un’indennità di rischio pari a 3,5 e di 4 euro (dal 2008) lordi ora onnicomprensiva. E’ una voce integrativa regionale prevista dagli accordi decentrati, contemplati a loro volta nell’Accordo Collettivo Nazionale. In totale il medico di guardia che lavora di notte (orario di servizio 20 – 08) e nei giorni festivi (dalle 8 alle 20) percepisce la somma oraria complessiva lorda di 26 euro. Per cui da quasi 10 anni questi medici riescono a guadagnare, mediamente 2400 euro lordi al mese, che privati di tasse (circa 700 euro) e contributi previdenziali (circa 200 euro), si riducono a 1500 euro al mese, ma senza 13esima, senza diritto a indennità di malattia, senza diritto a ferie, senza copertura assicurativa professionale che deve essere stipulata da singolo medico. Ecco perché restituire queste somme fa imbestialire molti camici.

Il medico arriva in bici (o scortato dai parenti)
Appreso che le aziende sanitarie di Potenza e Matera avevano fermato le indennità e si apprestano a stilare un piano di recupero di quelle versate alcuni sono passati al contrattacco. Un centinaio secondo i sindacati, poche decine per i vertici dell’azienda sanitaria hanno inscenato una protesta dell’auto. In pratica hanno notificato formalmente la propria indisponibilità a coprire ulteriormente la mancanza di vetture di servizio usando la propria, giacché è proprio una delle voci sulle quali si sta abbattendo la scure. E come fanno? Non è mai finita da queste parti, vista anche l’orografia della regione che vuole tanti piccoli paesini a distanza di chilometri, la pratica dei parenti che prelevano il medico a casa o in ambulatorio e lo portano dal congiunto malato. Ma in gran voga torna anche la bici. “Che è un problema quando piove, ma un modo sano per conciliare rivendicazioni e responsabilità professionale”, racconta Pino Di Sario, medico di continuità assistenziale a Carbone, 614 abitanti in provincia di Potenza.

Tre filoni di indagine, ma a pagare sono gli incolpevoli
In Regione, dove è stato partorito il pasticcio, si spremono le meningi per garantire un ristorno ai camici che non incorra nella scure dei magistrati, ora che si è chiarito che non si può più usare forfettari generici ma ci si deve attenere a una corresponsione che abbia “una corrispondenza in atti tra l’indennità accessoria e il lavoro effettivamente svolto”, come dice il Direttore Generale Asp Potenza Giovanni Battista Bochicchio. Nel frattempo le Asl lucane vanno al recupero delle somme e ammoniscono i camici alla “responsabilità”, invitandoli a usare l’auto propria. E tuttavia passano all’incasso spogliandoli materialmente delle indennità incassate per anni. “Non possiamo fare altro – spiega Bochicchio – perché potremmo andare incontro a prescrizione e questo potrebbe essere imputato a noi come danno erariale”. Perché nulla cancella l’anomalia di partenza.

La procura contabile aprire tre filoni di indagine, uno a carico dei due dirigenti che hanno liquidato per anni le indennità, uno a carico del livello regionale dove è stato redatto l’accordo decentrato da cui discendono, un terzo a carico della giunta che ha deliberato quel tipo di accordo. Responsabilità penali e patrimoniali tutte da accertare ma di sicuro, per ora, gli unici a pagare un prezzo al “pasticcio” sono proprio gli incolpevoli medici che subiscono lo stop alle indennità e il recupero coatto di quelle erogate. E a fronte di tutto ciò devono pure metterci l’auto privata. Il 15 novembre è arrivata infatti una nota dell’Asl che intima loro di usarla, giacché nel contratto nazionale (in attesa di rinnovo da 9 anni) l’art. 72 dice che “spetta al medico, qualora l’azienda non sia in grado di assicurargli un mezzo di servizio, utilizzare il proprio in cambio di un rimborso forfettario pari al costo di un litro di benzina per ogni ora di attività, nonché adeguata copertura assicurativa”.

Ma le asl hanno 7mila auto
La guerra sull’auto porta a galla però un altro aspetto surreale della vicenda. Le Asl in realtà le auto per i medici le hanno eccome: 6436 secondo gli ultimi dati del ministero della Funzione pubblica, di cui 2.133 a noleggio senza conducente e 4.797 di proprietà. Restando in Basilicata ne risultano per l’esattezza 52 a Potenza e 43 a Matera, quindi pure in abbondanza rispetto alle poche decine di medici che non si sono piegati al perentorio richiamo della stessa Asl. Ma quelle auto, manco a dirlo, non vengono date ai medici che fanno assistenza ai pazienti. Lo spiega proprio il direttore generale dell’Asp Potenza: “Sono in uso ai due dipartimenti che si occupano di attività ispettiva di prevenzione umana e del benessere animale”, dice Bochicchio, ricordando anche che “si tratta di un parco auto ormai vecchio che in larga parte andrebbe sostituito per garantire la sicurezza ai medici”. La situazione è analoga in molte zone dello Stivale. “Noi ci stiamo ponendo il problema, ma dobbiamo individuare le risorse per acquisirne di nuove“, aggiunge il dg. “Certo, gli ispettori non le usano tutti i giorni e si potrebbero forse gestire in maniera diversa, ma ripeto quelle efficienti ormai sono davvero poche. L’accordo decentrato che consentiva un sereno utilizzo dell’auto privata del medico era funzionale a contenere anche questa spesa. Nella prossima programmazione aziendale si dovrà tenere conto che oggi sono intervenuti elementi nuovi, se i medici ritengono di non dover più aderire a un contratto come questo provvederemo diversamente”.