“Potevo fare di più?”. Guido Conti, generale dei carabinieri forestale in congedo, chiude così la lettera d’addio dopo il suicidio del 17 novembre. Una lettera indirizzata alla famiglia, una alla sorella, mentre la terza è stata inviata a un destinatario ancora sconosciuto. La lettera era stata anticipata dall’AdnKronos, che ne aveva riportato parzialmente il contenuto: “Da quando è accaduta la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vittime mi pesano come un macigno. Perché tra i tanti atti, ci sono anche prescrizioni a mia firma”. Il generale Conti, infatti, aveva seguito la costruzione della Spa dell’Hotel Rigopiano, come afferma in un passaggio seguente: “Non per l’albergo, di cui non so nulla, ma per l’edificazione del centro benessere“. Una zona dell’albergo nella quale non c’erano state vittime, una consolazione a metà per il generale: “Questo non leniva il mio dolore. Pur sapendo e realizzando che il mio scritto era ininfluente ai fini della pratica autorizzativa mi sono sempre posto la domanda: Potevo fare di più?”.

Nella tragedia di Rigopiano dello scorso gennaio persero la vita 29 persone. Per un parente del militare, però, non è quello il motivo che avrebbe spinto Conti al gesto estremo. “Apprendiamo con immenso dolore come la morte del nostro congiunto sia stata messa in relazione alla tragedia di Rigopiano. Stupisce che questa correlazione sia stata da taluno ipotizzata in assenza di qualsiasi collegamento diretto e indiretto tra l’attività svolta da Guido e le vittime di Rigopiano. Tutto ciò aggiunge dolore al dolore”, dice il familiare all’agenzia Ansa.  Le missive scritte da Conti, infatti, sarebbero state diffuse prima che i familiari le leggessero. “La pubblicazione del contenuto delle lettere, tuttora sconosciuto a noi familiari, ci lascia profondamente amareggiati e aggiunge dolore al dramma che ci ha colpito”, dice sempre il parente dell’ex generale.

Conti, 58 anni di Sulmona, si era congedato dal corpo forestale e si era trasferito in Basilicata a dove lavorare per la Total. Uomo molto conosciuto in Abruzzo, il generale lo scorso anno aveva indirizzato una lettera anche all’ex premier Matteo Renzi, protestando per l’accorpamento del corpo forestale con i Carabinieri: “Lo scioglimento di una istituzione benemerita bisecolare e carica solo di dignità, abnegazione ed efficienza. Mio padre, anche lui forestale, è morto due volte – si legge nella lettera pubblicata su Facebook – Assieme a lui decine di migliaia di uomini che nella nostra missione hanno creduto e credono. E questo non posso permetterlo. Senza battermi fino in fondo”.

Il suicidio è avvenuto il 17 novembre, quando l’uomo è uscito di casa verso le 9:30 del mattino, salutando la moglie. Si è poi fermato in un tabacchino, dove ha comprato fogli, buste delle lettere e francobolli. Nella strada verso Morrone, il generale ha parcheggiato la macchina in una piazzola e si è sparato alla tempia con la sua pistola d’ordinanza. A trovare il cadavere sono stati due suoi ex colleghi della guardia forestale che lo hanno subito riconosciuto. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta, coordinata dal sostituto procurato Aura Scarsella. La macchina è stata posta sotto sequestro, assieme alla pistola e alle lettere.