Difficile nascondere la rabbia e l’amarezza dopo che l’imprevista decisione dei portavoce Falcone e Montanari di annullare la riunione prevista per sabato prossimo a Roma sembra affossare definitivamente le speranze di rinnovamento e rilancio della sinistra italiana. Si stava organizzando un percorso partecipato che mobilitava energie e risorse nella prospettiva di mettere in campo un soggetto politico totalmente nuovo, libero da ogni ipoteca e legame con un passato per nulla glorioso, quello della sinistra istituzionale italiana (nessuno escluso) degli ultimi trent’anni.

Assolutamente incomprensibile la motivazione della decisione. Si può condividere la diffidenza nei confronti di partitini e fuoriusciti all’arrembaggio, i quali, anche secondo la ricostruzione effettuata negli scorsi giorni dal Fatto, si apprestano a costruire, Manuale Cencelli alla mano, l’ennesimo pastrocchio di nominati all’insegna di un rapporto ambiguo e irrisolto con il centrosinistra e i numerosi guasti che anch’esso ha provocato nel Paese. Ma questa avrebbe dovuto essere lo sprone a portare avanti con lena moltiplicata e assoluta determinazione politica la costruzione del nuovo soggetto. E invece si è inaspettatamente tradotta nella decisione di soffocarlo nella culla. Tanto più che, secondo quanto affermato da Montanari, a risultare determinante è stata anche la paura che Rifondazione comunista potesse egemonizzare le assemblee e prendere la direzione del processo di costruzione del nuovo soggetto. Il che pare doppiamente ridicolo. Primo, perché Rifondazione, pure formata da persone mediamente di buon livello e diretta da un segretario onesto e intelligente come Maurizio Acerbo, non ci pare proprio abbia oggi le carte in regola per svolgere il ruolo di redivivo Partito Bolscevico alla conquista della maggioranza dei Soviet. Secondo, perché chi fa politica sa bene che le posizioni politiche devono essere sempre disposte a confrontarsi senza temere di finire in minoranza, salva sempre la ricerca di una necessaria sintesi unitaria.

Ma non tutto è perduto. Il popolo della sinistra deve oggi reagire scrollando di dosso passività, deleghe a un ceto politico oramai iperbollito e squalificante, depressione, pessimismo, fatalismo e quant’altro.

Ce lo chiede la storia, nel momento in cui raggiunge il suo apice la crisi del Pd, sotto l’egida di Renzi, riuscito fra l’altro a produrre una legge che sembra determinerà la totale sparizione di questo partito dai collegi del Nord. Crisi cui non daranno certo risposta gli altri brandelli residui di una tradizione oramai esaurita, da D’Alema a Bersani, da Civati a Fratoianni, che infatti si avviano a formare l’ennesimo rassemblement di partitini non senza pericoli di sbandate “unitarie” con lo stesso Pd, pronubi Fassino, Pisapia ed altri.

Ce lo chiede la storia nel momento in cui getta la maschera il Movimento Cinque Stelle, con l'”alter ego” Di Maio che va a Washington per riaffermare la propria incondizionata fedeltà atlantica e addirittura si spinge a lodare la politica fiscale di Trump, che si avvia a detassare i ricchi e le imprese tagliando ulteriormente il già disastrato Stato sociale statunitense.

Ce lo chiede la storia nel momento in cui la più realistica delle prospettive sembra oggi quella del ritorno al governo della destra peggiore, da Berlusconi a Salvini, per conficcare definitivamente gli ultimi chiodi sulla bara dell’Italia, liberando mafie di ogni tipo, razzismo e rigurgiti di fascismo.

Bisogna perciò oggi accogliere l’appello formulato da varie parti, ad esempio dal centro sociale napoletano Je So Pazzo, e venire tutte e tutti a Roma il 18 novembre al Teatro Italia per continuare il sogno di una lista popolare ed autogestita, perché, come dice l’appello “Dobbiamo organizzarci e usare questi mesi di campagna elettorale per parlare fra di noi, per parlare di noi, per gridare tutti insieme, per far esistere un messaggio di riscossa agli occhi di milioni di persone, perché noi esistiamo già, nei territori, nei quartieri popolari, nelle università e quotidianamente mettiamo a disposizione tempo ed energia per provare a costruire qualcosa di nuovo dal basso. E magari anche per divertirci, perché la situazione è tragica, ma lottare è bello, ti fa progettare, ti ridà un futuro, ti regala momenti di gioia“. Nella consapevolezza che la storia ci chiede di non mollare e di continuare la costruzione di un percorso partecipato e unitario, nella prospettiva di una lista elettorale autogestita dal basso, ma soprattutto dell’alternativa di sistema oggi più che mai necessaria per il nostro Paese e per il mondo.