La crisi del pallone italiano è (anche) un affare politico. Tra vecchi democristiani maestri nell’occupare le poltrone, senatori berlusconiani ambiziosi, i calcoli del Pd e i veti incrociati, il futuro della FederCalcio diventa un puzzle troppo complicato da risolvere. In cui la tentazione di non toccare nulla e dare giusto una manata di vernice per salvare le apparenze, alla fine potrebbe prevalere sul rischio di un repulisti generale, invocato da tanti che però spaventa tutti. Specie alla vigilia delle elezioni politiche. Il protagonista principale del grande risiko politico-pallonaro è ovviamente Carlo Tavecchio. Il presidente della mancata qualificazione ai Mondiali: in qualsiasi altro Paese o momento storico, si sarebbe dimesso seduta stante. Lui invece è ancora al suo posto e ha tutte le intenzioni di restarci: oggi pomeriggio, nella riunione convocata a Roma con tutte le componenti della Figc, lo ribadirà pubblicamente dopo due giorni di imbarazzante silenzio. Gli faranno notare che la situazione non è così semplice, ma non è semplice neppure trovare un’alternativa.

Gli ex calciatori sono la suggestione del momento, ma voti alla mano (da Demetrio Albertini in giù) non sono mai stati eletti. Grandi manager in giro non ce ne sono. Il candidato naturale per la successione è Cosimo Sibilia: figlio dello storico presidente dell’Avellino, da gennaio numero uno della Lega Dilettanti (l’impero che fu di Tavecchio), vicino a Malagò, con una storia in politica a destra e tanti amici a sinistra. Solo lui ha i voti per far cadere l’attuale governo (6 delegati su 16 in consiglio). E avrebbe anche quelli per diventare il suo successore: le Leghe di Serie A e B sono commissariate, la Lega Pro è minoritaria; i Dilettanti invece funzionano bene, e possono contare sul 34% dei voti in assemblea elettiva. Insomma, proprio come capitò per Tavecchio nel 2014 dopo le dimissioni di Giancarlo Abete, sarebbe la soluzione più immediata, forse l’unica percorribile. Se non fosse per un piccolo dettaglio: Sibilia, oltre che dirigente sportivo e appassionato di calcio, è anche senatore di Forza Italia, vicino a Mara Carfagna, plenipotenziario nel suo feudo di Avellino dove è già proiettato sulla prossima campagna elettorale.

In un altro momento, nell’Italia del Patto del Nazareno, non sarebbe stato un grosso ostacolo, ma alla vigilia delle politiche e con il M5s pronto a gridare all’inciucio è diverso. Nonostante i buoni rapporti con Sibilia, a livello d’immagine (e di bacino elettorale) il Pd di Matteo Renzi e del ministro Luca Lotti non può permettersi di lasciare la FederCalcio a un parlamentare berlusconiano: quasi meglio un Tavecchio bis, a quel punto. Nel marasma generale si muove pure Giovanni Malagò, il presidentissimo del Coni a cui piacerebbe tanto entrare da protagonista nel mondo del pallone: anche i nemici di Tavecchio auspicano un suo intervento, ma lui ora come ora ha le mani legate (non ci sono le condizioni legali per il commissariamento) e allora resta alla finestra, anche lui sperando che la Figc non finisca nelle mani sbagliate.

Così lo scenario che si profila per la Figc è quello di uno stallo generale, in cui la melina di Tavecchio ha buone possibilità di funzionare. La riunione di oggi con tutta probabilità non sarà decisiva: servirà solo per confermare le mancate dimissioni, ascoltare le critiche delle opposizioni, provare a gettare le basi per un Tavecchio-bis. Da vecchio democristiano, il numero uno del pallone sa bene come riciclarsi. Rilancerà puntando su un grande nome per la panchina azzurra: gli sforzi sono tutti concentrati su Carlo Ancelotti, ma anche i vari Mancini, Allegri e Conte sono piste possibili per l’estate 2018. Coinvolgerà i calciatori, proponendo di inserire nell’organigramma federale un ex amato da tutti: Paolo Maldini è l’ipotesi che circola. Offrirà anche un paio di teste: sicuramente quella di Gian Piero Ventura, il colpevole, il mostro odiato dagli italiani che non ha nemmeno avuto la dignità di rinunciare al mezzo milione di euro che gli resta da contratto; magari anche il direttore generale Michele Uva, uno che negli ultimi anni ha occupato un ruolo di pari responsabilità nella gestione del Club Italia (anzi, forse persino superiore considerata la sua posizione di vice-presidente Uefa), e incassato fra le due cariche centinaia di migliaia di euro che gli hanno attirato diverse antipatie. Potrebbe persino bastare, se la politica (calcistica e non) deciderà che cambiare non conviene. Almeno prima delle elezioni.

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