Anche quest’anno la discussione sui provvedimenti da inserire nella legge di Stabilità ha riguardato eventuali misure a favore del rinnovo del nostro parco auto circolante (il più vecchio d’Europa) con vetture a minor impatto ambientale. In sostanza, si è discusso sull’opportunità di destinare risorse all’acquisto di auto nuove e meno inquinanti.

E’ dal 2010, ultimo anno di incentivi alla rottamazione, che, con l’arrivo dell’autunno e dei picchi di inquinamento nelle nostre città, giungono puntuali proposte per favorire un ricambio più veloce di un numero consistente di veicoli anziani ed inquinanti che circolano nel Paese: sono infatti circa 4 milioni le vetture ancora Euro 0 ed Euro 1.

Le proposte sono finora rimaste tali, fatta eccezione per il cosiddetto Super ammortamento, che negli ultimi 2 anni ha consentito ad aziende e partite iva di ottenere agevolazioni fiscali per l’acquisto di vetture e/o veicoli commerciali. E anche il dibattito di quest’anno non pare destinato ad aver maggior fortuna, malgrado sia stato quanto mai vivace, probabilmente sull’onda delle sempre più numerose limitazioni al traffico disposte da un numero crescente di Comuni, sui quali ricade l’obbligo di mantenere il livello di emissioni inquinanti entro i limiti imposti dall’Unione Europea.

Le proposte sono state le più disparate: da quali mezzi incentivare, in base a quali criteri, fino a chi debba beneficiare di eventuali incentivi. Tutte idee che avrebbero meritato una attenta valutazione, un’analisi di costo/beneficio, ma che sono state invece liquidate con un laconico: “Non ci sono risorse e poi il mercato auto è in salute, perché spendere soldi pubblici per sostenerlo?”.

Ma è davvero così? A leggere bene i numeri, si direbbe di no. La sensazione è infatti che dietro la mancanza di una strategia sul rinnovo del parco ed in generale sulla mobilità ci sia il costruttore nazionale, e la sua convinzione che gli incentivi finirebbero per avvantaggiare i concorrenti stranieri. L’idea non è nuova, e a suo tempo fu proprio Sergio Marchionne a sostenerla pubblicamente.

Oggi però si aggiunge un’ulteriore risposta alle sfide ambientali e della mobilità: i chilometri zero. Auto che vengono targate dai concessionari, a fronte consistenti incentivi dei costruttori, senza che vi sia dietro un acquirente. Le auto verranno poi vendute a clienti finali praticamente come nuove ma con prezzi particolarmente vantaggiosi. Il parco si rinnova con vetture Euro 6, non necessariamente le più virtuose dal punto di vista delle emissioni, ma certamente molto meglio dei milioni di auto super inquinanti che ancora circolano nelle nostre città. E soprattutto a prezzi accessibili.

I numeri. Il 2017 farà registrare il ritorno del marcato italiano dell’auto alla fatidica soglia dei 2 milioni – non si vedevano dall’inizio del decennio – fortemente sostenuta da almeno 300mila chilometri zero. Di queste, circa il 50% saranno di uno dei marchi di FCA, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia e Jeep: una percentuale due volte e mezzo  superiore alla quota da loro realizzata sul mercato ‘privati’. E inoltre saranno per circa il 60% diesel, che sui privati si attesta invece al di sotto del 50%. In sostanza, il fenomeno chilometri zero sta da una parte sostenendo (meglio sarebbe dire inflazionando) il mercato del nuovo, ma, fatto ancora più importante, lo sta facendo con vetture diesel. E ovviamente dà linfa vitale a volumi e fatturati di FCA e della sua rete.

Negli ultimi mesi, si è fatto molto parlare del cosiddetto ‘caso italiano’: la crisi del diesel in tutta Europa non avrebbe toccato il nostro Paese. A ben vedere, però, il mercato dei ‘privati’ ha visto il raddoppio delle immatricolazioni di vetture ibride ed elettriche, ed un calo di oltre 15mila unità di vetture diesel. In pratica, chi sceglie di acquistare un’auto nuova, è sempre più interessato a veicoli elettrificati, a bassissimo impatto ambientale. E lo fa anche in assenza di qualsiasi forma di incentivazione. Dovuta a mancanza di visione, di sensibilità politica, di strategia, di risorse economiche.

Ma molto probabilmente pesa ancora di più l’assenza totale nella gamma FCA di prodotti innovativi, che incontrino il favore del pubblico, magari con una qualche forma di sostegno all’acquisto o ai costi di gestione. Tali supporti andrebbero effettivamente a sostenere le vendite dei marchi stranieri, che quei prodotti li offrono. L’effetto sarebbe disastroso per quel che resta del nostro sistema produttivo nazionale, che per essere tenuto in vita deve continuare a sfornare quel che c’è, cioè tecnologie convenzionali, soprattutto diesel, che in qualche modo vengono piazzate sul mercato, in primis con i chilometri zero. Una via tutta italiana alla mobilità sostenibile, se non per l’ambiente, certamente per i conti di FCA.