Mille volte. L’ha ripetuto mille volte. “Per raggiungere l’obiettivo stringerei la mano pure a Satana”. E si è riempito la bocca per decenni argomentando sulla questione prioritaria del debito dei Paesi del Terzo Mondo, della lotta alla povertà nel pianeta, della piaga biblica delle carestie in Africa, quelle che lui e Bob Geldof avevano ipotizzato di poter debellare sin dal 1985, il “Giorno Santo” del rock globale, il Live Aid che era l’irrefutabile chiamata all’impegno per le rockstar. “Stringerei la mano pure a Satana”: ma uno dei primi era stato Wojtyla, che l’aveva ricevuto in udienza a Castelgandolfo per il lancio della campagna “Jubilee 2000”, Bono che offre in dono al Pontefice un libro del poeta irlandese Seamus Heaney, ma Karol si incapriccia degli occhiali scuri del l’artista, glieli sfila di mano, li indossa e l’altro sorride, perché la foto sarà storica, e il frontman degli U2 potrà commentarla con un “questo Papa è funky!”, che suonava come uno slogan e una garanzia per l’affidabilità dell’iniziativa benefica.

La mano a Satana: infatti eccolo lì, l’ineffabile Bono, ritratto nell’album fotografico di questi anni, a fianco dei potenti più potenti di tutti. Li ha incontrati uno ad uno, è andato a rompere le loro balle a ogni summit, l’invitato scomodo che si presenta ai G8, a Davos, all’Onu per sollecitare i leader a mostrarsi virtuosi, a pianificare la cancellazione di quanto dovuto ai Paesi ricchi da quelli insolventi. Berlusconi, da premier ricandidabile, osò mettere una foto del cantante in un depliant elettorale di Forza Italia, dove Silvio e Bono si ammiccavano sorridenti e sembravano d’accordo su tutto, finché l’irlandese non scrisse pubblicamente all’italiano che lì, in quell’opuscolo, non avrebbe dovuto farlo stare. Per avere il via libera dell’incalzante star, il Cav avrebbe dovuto dimostrare la stessa generosità del popolo che amministrava.

Per gli stessi motivi – la mobilitazione sulla questione dell’indigenza e una più equa distribuzione delle risorse – Bono ha rivendicato la sua “amicizia” con George W. Bush, posando per un selfie nel ranch texano dell’ex presidente, mentre guai a nominare al bandleader il nuovo inquilino della Casa Bianca, quel Trump che gli U2 hanno indicato come “persona non grata” ai concerti del “Joshua Tree Tour” dopo averlo fieramente avversato a colpi di dichiarazioni prima e durante l’elezione alla guida degli Usa. Oggi, per una suprema beffa della Storia, Bono e Trump (o meglio, uno dei collaboratori più influenti del tycoon, il segretario al Commercio Wilbur Ross beccato a far pastette da Russiagate con Putin) si trovano infangati nello stesso scandalo, quello dei “Paradise Papers”.

Alcuni dei quasi 14 milioni di files sono devastanti colpi di maglio destinati a mandare in frantumi la credibilità del 57enne capitano degli U2. Ecco i fatti, così come sono stati documentati dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, in una inchiesta che in queste ore sta deflagrando sui media di tutto il mondo: nel 2007 Bono investe denaro in una società, la Nude Estates, che ha sede a Malta (dove la tassazione è appena al 5 per cento) ma che intende costruire un centro commerciale denominato Aušra (significa “alba”) in Lituania, in una piccola città a 60 miglia dalla capitale Vilnius. Nel 2012 la proprietà del complesso immobiliare passa a una nuova società d’affari, la Nude Estates 1, la cui sede legale è a Guernsey, l’isoletta off-shore protettorato britannico con governo autonomo al largo della Normandia: e qui le tasse equivalgono a zero. È il classico gioco delle tre carte per speculare sui profitti aggirando i bastioni del fisco europeo. Un portavoce di Bono si è affrettato a precisare che “il signor Hewson è solo un socio passivo di minoranza delle due Nude Estates”, ma la macchia pare difficile da cancellare dall’immagine pubblica del divo.

Vero è che nei “Paradise Papers” (emanazione diretta dei “Panama Papers” che mettono a nudo le furbate miliardarie dei Vip) Bono è in buona compagnia: vi spuntano le teste di Madonna, del magnate “virtuoso” George Soros, del premier canadese Justin Trudeau e perfino di due regine: Noor di Giordania ed Elisabetta II d’Inghilterra. Tutti intenti a seppellire casse di tesori in acquei Eden esentasse come le Cayman, Jersey o Guernsey. Spiega l’Oxfam, l’organizzazione che si batte per creare risorse nelle aree meno privilegiate della Terra: “L’evasione ed elusione fiscale delle corporation sottrae ai Paesi più poveri 100 miliardi di dollari l’anno, sufficienti per mandare a scuola 124 milioni di ragazzi e salvare la vita di 6 milioni di bambini”. Appunto. Non era proprio facendosi scudo dell’Oxfam che Bono aveva sempre rivendicato la sua natura di eroe senza macchia e senza paura, di leader carismatico del Partito Rock che Salva il Mondo?

Da molto tempo, più o meno da “Achtung Baby” e dai primi anni Novanta, gli U2 vivono sulle spalle delle ambizioni politico-imprenditoriali del loro cantante e non sfornano più un album indimenticabile: campano di rendita, lucrano sull’effetto nostalgia (vedi il tour del trentennale di “Joshua Tree”), o tirano fuori lavori un po’ così, magari pompandoli con la paraculata di imporli gratis via iTunes, come era accaduto con l’ultimo “Songs of Innocence”. Il prossimo, “Songs of Experience”, uscirà il primo dicembre, ma dagli assaggi delle canzoni già in radio potrebbe rivelarsi un’altra pappa scotta. E lo scandalo di Bono businessman senza scrupoli è la peggior pubblicità possibile. Gli U2 si erano già salvati in calcio d’angolo quando giustificarono il passaggio di residenza fiscale dall’Irlanda all’Olanda: non erano stati i primi del resto, nel mondo del rock, ad autoesiliarsi per salvare la cassaforte. Ma ora il tempo della retorica e delle strategie che lucrano sulla buona fede e sull’amore dei loro fans sembra essere finito. Bono ha stretto la mano a Satana è si è trasformato in un piccolo, bolso semidio bifronte. Con le tasche piene e un sorriso ambiguo stampato in faccia.