di Benedetta Armocida

“Possiamo porre fine alla povertà e alla fame entro il 2030. Sappiamo quali azioni mettere in atto e abbiamo gli strumenti per farlo, ma il cambiamento climatico è una minaccia che mette a repentaglio gli sforzi compiuti. Influenza la sicurezza alimentare e rende ancor più difficoltosa l’eradicazione della fame”. Questo è quanto affermato nel 2015 dal direttore generale della Fao José Graziano da Silva, durante la Riunione per la sicurezza alimentare mondiale. Le sue parole sottolineano la forte connessione tra il cambiamento climatico, le sempre maggiori difficoltà nel garantire la sicurezza alimentare e la lotta globale per eradicare la malnutrizione. Queste tematiche non sono certamente nuove, ma il loro legame di causalità resta spesso incompreso.

Qual è allora la connessione? Il cambiamento climatico alimenta la fame nel mondo condizionando negativamente i quattro pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzazione e la stabilità  nell’accesso al cibo.

Le calamità naturali, come siccità e inondazioni, hanno un forte impatto sulla sicurezza alimentare, rendendo i terreni incoltivabili e riducendo di conseguenza la produzione agricola. Ciò porta a rapidi sconvolgimenti delle condizioni alimentari di intere popolazioni, tali da portarle alla denutrizione estrema. Il decremento produttivo determina inoltre un rincaro dei prezzi degli alimenti. Ciò rende l’accesso al cibo ancora più difficile, soprattutto per gli abitanti delle aree urbane e i più poveri, i quali, non potendosi permettere beni alimentari di prima necessità, sono inevitabilmente soggetti a denutrizione. Considerando inoltre che entro il 2050 la popolazione globale toccherà i dieci miliardi di persone, con un incremento del 50% della domanda mondiale di prodotti agricoli rispetto ai livelli attuali, è ipotizzabile un’intensificazione nell’uso delle risorse naturali, già estremamente sfruttate.

La connessione tra malnutrizione, scarsa sicurezza alimentare e cambiamento climatico non è legata solo alla quantità di cibo prodotto, ma anche alla qualità. Gli elevati livelli di anidride carbonica nell’atmosfera, ad esempio, contribuiscono alla riduzione dello zinco nel grano, nei tuberi e nei legumi. Lo zinco è fondamentale per le donne in gravidanza e per i neonati: riduce i parti prematuri e gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo fisico e immunitario dei neonati. Entro il 2050 l’impatto delle emissioni di Co2 antropiche potrebbe mettere a rischio di carenza di zinco 138 milioni di persone.

La sicurezza alimentare e il cambiamento climatico rientrano quindi tra le grandi sfide globali che devono essere affrontate e il cui impatto in termini di salute è evidente, soprattutto in ambito nutrizionale. L’Organizzazione mondiale della Sanità stima che l’effetto del cambiamento climatico sulla malnutrizione rappresenti il 2% del carico sanitario globale ed entro il 2050 sarà la causa dell’aumento di circa il 10-20% del numero di persone denutrite. I paesi più a rischio sono quelli a basso e medio reddito (Africa sub-sahariana, sud est Asiatico e America centrale) in particolare in termini di malnutrizione infantile. Ancora una volta sono i più vulnerabili, coloro che meno contribuiscono alle emissioni di gas serra, a subire maggiormente le conseguenze di un fenomeno che minaccia in varia misura il loro diritto al cibo, alla salute, e in molti casi alla vita stessa.

Nonostante si cerchi di raggiungere l’obiettivo di eliminare ogni forma di malnutrizione entro il 2030, specialmente quella infantile, agire esclusivamente sull’aspetto sanitario non porterà ai risultati sperati. Considerando che l’associazione di adeguati piani nutrizionali con normative per la riduzione dell’emissione dei gas a effetto serra potrebbe dimezzare l’inaccettabile numero di bambini denutriti nel mondo, appare chiara la necessità di inserire i cambiamenti climatici tra le cause concrete di malnutrizione e sviluppare approcci multisettoriali che tengano conto dell’impatto di questo fenomeno sulle fasce più vulnerabili della società.