Bandi in cui vince l’ente che presenta il conto minore e non il progetto più inclusivo. Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) che diventano la norma ed enti gestori che spendono quasi l’intero budget in strutture e pagamento del personale mentre i corsi di italiano vengono brutalmente eliminati dalla lista dei servizi da offrire ai nuovi arrivati. Questa l’accoglienza dei richiedenti asilo a Milano secondo l’associazione Naga, che ha presentato il 24 ottobre il suo ultimo rapporto “(Stra)ordinaria accoglienza. Indagine sul sistema di accoglienza dei richiedenti asilo a Milano e provincia”.

Tra maggio 2016 e settembre 2017 i volontari dell’associazione hanno fatto 45 visite presso le strutture di accoglienza e intervistato sia i responsabili degli enti gestori che 12 richiedenti asilo ospiti in CAS, oltre ad avere somministrato questionari online a 57 operatori e analizzato i dati istituzionali del Milanese. Un’analisi qualitativa sul sistema di accoglienza dei richiedenti asilo a Milano e hinterland che ha però rilevanza anche a livello nazionale perché identifica un modello, o meglio una modalità con cui gli enti pubblici si approcciano al tema dei migranti. “Non si deve dimenticare che la Lombardia è la regione che accoglie più richiedenti asilo in tutta Italia, addirittura più della Sicilia”, precisa Sabina Alasia, tra le autrici del report di Naga. “Inoltre, Milano è interessante perché è un luogo che somma diversi fenomeni – continua Alasia – per esempio, migranti che tornano nel capoluogo lombardo dopo essere andati via dall’Italia o essere stati assegnati ad altri territori. Milano è una città attrattiva e capirne le politiche aiuta ad orientarsi rispetto all’approccio al tema dell’accoglienza a livello nazionale”.

Ma quali sono i numeri su Milano e in Italia? Stando al rapporto, sono poco più di 183mila le persone in accoglienza in tutta Italia. Di questi, il 17% (31.313, minori compresi) sono accolti negli Sprar (Servizio protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ben il 75% nei CAS (quasi 137mila) e solo 14.388 nei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo). Restringendo il campo sul capoluogo meneghino, di 6mila persone accolte, 3.645 (minori non accompagnati inclusi) vivono in CAS e solo 422 in Sprar . In Lombardia in totale sono presenti 23.391 immigrati. “Milano, in questo senso, è specchio della situazione italiana in cui il rapporto Cas – Sprar è completamente squilibrato a favore dei primi”, precisa Sabina Alasia. Anche nell’area metropolitana di Milano, infatti, il sistema di accoglienza straordinario resta quello dominante con un rapporto di 10:1 tra strutture CAS e Sprar (183 le prime e 18 le seconde).

Il problema, fa notare l’associazione milanese, non è certo una questione di nomenclatura, ma il fatto che dietro queste sigle si nasconde un diverso sistema di accoglienza. Lo Sprar, per esempio, è aperto “a coloro che hanno già avuto il riconoscimento di protezione – continua Emilia Bitossi di Naga – la permanenza dovrebbe durare 6 mesi più 6 e prevedere uno strutturato percorso di autonomia e borse lavoro”. Un percorso integrativo che invece non è al centro della gestione dei Cas, come si nota dall’analisi delle spese dei Centri di Accoglienza Straordinaria che hanno concesso all’associazione di studiare i loro bilanci, dove si evidenzia come un terzo delle spese nei Cas sia destinato al personale e un quarto all’alloggio. Tolto il pagamento del personale e della struttura, e sottratto un ulteriore 16,3% necessario al vitto, l’8% per il pocket money e un 4% di spese amministrative, sul piatto resta meno del 12% del budget delle uscite dei Cas. Questo significa poco più del 9% dedicato alle spese per l’integrazione (corsi, tirocini e borse lavoro) e una percentuale irrisoria dedicata alle spese sanitarie (lo 0,17%).

Una corsa al ribasso inevitabile in una realtà in cui “i bandi sono vinti sempre da chi fa l’offerta economica più bassa”, continua Bitossi del Naga, mostrando il dettaglio del bando della Prefettura di Milano per i progetti da marzo a dicembre 2017 (per una spesa di 114 milioni di euro). “Sul bando è segnalato come l’offerta debba essere massimo di 35 euro a persona al giorno – continua l’autrice del rapporto – e da qui parte la corsa al ribasso all’interno della quale, se si guarda a come sono gestiti questi soldi, 35 euro possono essere solo la cifra minima da cui partire”. Inoltre, all’interno del bando della Prefettura è stato eliminato il servizio di insegnamento della lingua italiana mentre viene aumentata la capienza delle strutture di accoglienza, che potranno arrivare a contenere più di 150 persone. Luoghi “dove gli ospiti sono identificati da braccialetti e diventano semplici numeri”, continua Bitossi, segnalando il timore del ritorno delle grandi strutture di accoglienza. Non mancano poi peculiarità che possono fare amaramente sorridere, come trovare una trattoria nell’elenco degli enti gestori, come è successo in provincia di Monza.

Quello che il Naga chiede non solo a Milano, ma al sistema di accoglienza italiana, è di fermare l’approccio emergenziale per iniziare a considerare i richiedenti asilo come un fenomeno strutturale della società. “Non condividiamo l’approccio all’immigrazione italiano ed europeo – precisa il presidente del Naga Pietro Massarotto – anche perché siamo di fronte ad un sistema basato sullo stoccaggio dei corpi”. Serve, secondo l’associazione milanese, una regia forte che sia in grado di eliminare il doppio sistema di accoglienza prefettizia e Sprar, assegnare gli appalti in base alla qualità del servizio e non al ribasso economico e garantire standard comuni di accoglienza. “Invece, al momento la situazione è farraginosa e con standard e servizi lasciati alla volontà degli enti gestori. Il problema è che non funziona quasi niente – chiude il presidente del Naga – Il tipo di approccio è: ‘Dove metto questi corpi per farli sopravvivere?‘ e non ‘Qual è il nostro progetto di società e cosa significa integrazione?’. E in questi casi, a volte la toppa può essere peggio del buco”.