BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve. Con Harrison Ford, Ryan Gosling, Ana De Armas. Usa, 2017. Durata: 150’. Voto 4,5/5 (DT)

Blade Runner 35 anni dopo. Siamo nel 2049 e l’agente K, blade runner della polizia di Los Angeles, è sulle tracce di un gruppo di vecchi replicanti Nexus da “ritirare”. Sepolto davanti all’albero di casa di un replicante ucciso, K. trova però una cassetta con delle ossa e una data impressa sul tronco di un albero (6.10.2021). Inseguito dall’atletica tirapiedi di Wallace, un nuovo creatore di androidi indistruttibili che ha preso il posto del fallito Tyrell, K indagherà fino a scoprire il mistero attorno ai replicanti “umanizzati” che avvolge lui, una tenera creatrice di ricordi che vive separata dietro a un vetro dal resto del mondo, e il celebre Rick Deckard rifugiatosi da tempo in un monumentale casinò sfatto e vuoto di una distrutta Las Vegas. Villeneuve si avvicina al mito e lo supera, costruendo un film fatto a set/strati, ogni volta rivitalizzati e differenti a livello immaginifico e figurativo. Alla reiterazione basica della Los Angeles piovosa e cupa di Scott (più rifugio intimo del protagonista K.), si aggiungono con forza alcuni set come lo slum zeppo di ferraglia e bimbi schiavi, la Las Vegas dall’arancione accecante con gli ologrammi di Elvis e Sinatra, un finale buio scenograficamente in discesa e con l’acqua alla gola modello Harper acqua alla gola. In più lo script a firma Hampton Fancher e Michael Green soffia vita, anima e densità ad una storia cult che con le sue figurine unidimensionali rimaneva comunque magnificamente sulla superficie patinata dell’estetica pop anni ottanta della matrice. Contrasto vincente tra esterni (invivibili) ed interni zeppi di oggetti e mobili del novecento che fanno da appiglio del ricordo per i personaggi, per un film che scava definitivamente nella memoria dei replicanti anche grazie all’indecifrabile recitazione di un Ryan Gosling mai così fisso e catatonico. I venti minuti di Ford in scena sono da urlo. Cameo volontario di Edward James Olmos (Gaff) e involontario ma duraturo in forma di ologramma di Sean Young.