Finalmente ci siamo: il 6 ottobre, su Netflix, esordirà la prima serie italiana realizzata dal colosso dello streaming online. Suburra, tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e ispirata al film omonimo di Stefano Sollima, si inserisce nel filone del crime thriller italiano che, da Romanzo Criminale a Gomorra, ha mostrato recentemente prodotti di altissima qualità artistica, tecnica e produttiva.

Alla regia del progetto ci saranno Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi, mentre la produzione è affidata a Cattleya (che ha già realizzato film come ACAB, Romanzo di una strage e, appunto, Suburra, e serie come Gomorra, Romanzo Criminale e Ragion di Stato).

 

E’ una scommessa importante, quella di Netflix, perché all’appello mancava davvero solo l’Italia. La Spagna ha già dato il proprio contributo alla piattaforma americana con Las Chicas del Cable (ultimamente da quelle parti arrivano serie assai “rosa”), la Francia ci aveva provato con la deludente Marseille. Da noi gli americani si sono sempre aspettati il racconto tipico di un’italianità macchiettistica, mentre con Suburra (così come successo con Gomorra) può venire fuori il lato oscuro del nostro tessuto sociale, politico ed economico. Le premesse per una buona figura a livello globale (Netflix ha oltre 100 milioni di abbonati in 190 Paesi del mondo) ci sono tutte: Placido è regista navigato, Molaioli e Capotondi sono tra i nomi più apprezzati delle ultime generazioni di registi italiani, e il cast può contare su attori giovani ma già apprezzati come il lanciatissimo Alessandro Borghi nei panni di Numero 8, Giacomo Ferrara e Eduardo Valdarnini. Filippo Nigro e Claudia Gerini, invece, garantiscono il “mestiere”, grazie all’esperienza e alla dimestichezza con storie di questo genere.

I tre giovani protagonisti della serie saranno i fulcri attorno ai quali ruoterà il racconto frenetico e feroce di criminalità, Stato e Chiesa (da sempre protagonisti della Roma ufficiale e di quella nascosta) alla ricerca del potere, da raggiungere ad ogni costo. Stretta attualità, dunque, nel racconto finalmente diverso di una città che ha smesso da tempo di essere solo un museo a cielo aperto e che va raccontata anche attraverso i mille strati di fango e merda sedimentatisi nel corso dei secoli sulle sue vestigia gloriose.

Dieci episodi per raccontare venti giorni di disordini e per confermare che l’Italia ha trovato davvero il suo nuovo filone aurifero: il crime thriller legato all’attualità. Che in fondo ci appartiene da sempre (fin dalla Piovra con lo stesso Placido) e che negli ultimi anni abbiamo finalmente riscoperto e portato sul piccolo e grande schermo con maestria.