Minacce, violenze, sfratti forzosi da alloggi popolari e una gambizzazione per affermare la ‘supremazia’ del proprio clan sul territorio di Ostia; e tutto con l’aggravante del metodo mafioso. Per queste accuse, i pm di Roma Ilaria Calò ed Eugenio Albamonte, avevano chiesto, lo scorso 23 giugno, sette condanne per quasi cento anni per sette persone considerate appartenenti al clan Spada. E oggi la IV sezione del tribunale di Roma, presieduta da Laura Di Girolamo, ha condannato Massimiliano Spada (13 anni e 8 mesi di carcere), Ottavio Spada (5 anni), Davide Cirillo (6 anni e 4 mesi), Mirko Miserino (6 anni e 4 mesi), Maria Dora Spada (7 anni e 4 mesi), Massimo Massimiani (11 anni) e Manuel Granato (6 anni e mezzo).

I sette condannati dovranno risarcire i danni alle parti civili (tra gli altri, Roma Capitale, Regione Lazio, Associazione Caponnetto e Associazione Libera Sos Imprese) da stabilirsi in sede civile. Le indagini che hanno portato al processo partirono dalla gambizzazione di Massimo Cardoni, detto ‘Baficchio’, ferito con due colpi di pistola nell’ottobre 2015 davanti a un supermercato di Ostia. Gli investigatori si convinsero che dietro al movente della gambizzazione c’era stata la contrapposizione tra il clan “emergente” degli Spada e la perdente compagine dei Baficchio-Galleoni. Il tutto, ‘condito’ da sfratti forzosi da case popolari, minacce e intimidazioni.

“È dimostrato – avevano spiegato i pm nella requisitoria – come gli specifici episodi di cui si occupa il processo siano espressione di una strategia che ha visto la famiglia Spada nell’intento di consolidare il suo potere. Tre gli obiettivi: depotenziare la famiglia Baficchio, acquisire il controllo territoriale, realizzare i fatti con modalità tali da rendere palese alla popolazione che c’è stato questo cambio criminale”. Per l’accusa, la gambizzazione di Cardoni aveva come finalità “l‘esibizione della capacità di forza. L’identificazione dei soggetti partecipanti è netta e incontrovertibile”; mentre i fatti relativi alle estorsioni “sono pienamente e esaustivamente provati da numerose intercettazioni telefoniche”. Del ‘metodo mafioso’, poi, “ci sono tutti gli elementi costitutivi indicati dalla Suprema Corte – avevano proseguito i titolari della pubblica accusa – . Tra questi, l’alimentare il terrore e la messa in atto di episodi di sopraffazione“.

Questa è la vera mafia Capitale e la Regione Lazio è stata a fianco dei cittadini in un processo per il ripristino della legalità” dice l’avvocato Luca Petrucci, legale di parte civile per la Regione Lazio. Soddisfazione anche da parte di Libera: “Questa sentenza riconosce l’ottimo lavoro della Procura di Roma e della polizia giudiziaria. Le severe condanne contro gli esponenti del clan Spada confermano che lo Stato sa porsi concretamente al fianco di chi denuncia le organizzazioni criminali radicate nel territorio di Ostia” osserva l’avvocato di Libera Giulio Vasaturo.

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