L’11 Settembre 2017 segna quasi l’archiviazione del ricordo degli attacchi all’America del 2001, scalzato dalle paure immediate, la successione di catastrofici eventi atmosferici, gli uragani in serie sul Texas e sulla Florida. Il primo anniversario con un presidente newyorchese alla Casa Bianca, Donald Trump, è, dunque, il meno sentito e il meno intenso.

Eppure, gli Stati Uniti continuano a combattere la “guerra al terrorismo” – i militari l’avevano subito chiamata “la lunga guerra” -, che non hanno ancora vinto, e continuano a restare impaniati sui fronti dei conflitti aperti da George W. Bush dopo l’11 Settembre: l’Afghanistan, dove anzi s’apprestano, rinforzando il contingente, a una recrudescenza bellica, e l’Iraq, dove gli strascichi dell’invasione e di una gestione incauta del disimpegno operativo hanno favorito la nascita, la crescita e l’espansione del sedicente Stato islamico, l’Isis.

Nell’arco di 16 anni dall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno attraversato e superato la crisi economica più grave nell’arco di almeno 80 anni e sono poi riusciti a trovare la forza e il coraggio per compiere passi avanti verso una società più conscia e rispettosa delle proprie diversità e più attenta ai diritti civili.

Ma l’anno scorso, eleggendo Trump, l’America è anche tornata a mostrarsi sensibile alle pulsioni d’essere grande, cioè di sentirsi forte, nel Mondo, senza però volere farsi carico delle conseguenze della globalizzazione e delle responsabilità planetarie che un Grande Paese ha, ad esempio rispetto al cambiamento climatico (di cui pure subisce devastanti conseguenze).

E l’America, almeno una fetta d’America, quella bianca e maschia meno culturalmente preparata alle sfide del cambiamento, è pure parsa quasi pentita dei passi avanti fatti, rancorosa all’interno verso i neri e gli omosessuali, biliosa all’esterno con gli alleati e vogliosa di confronti, con la Cina, con l’Iran, con la Corea del Nord – bellicosa del suo -, persino con quella Russia, il cui leader Vladimir Putin pareva destinato a essere l’interlocutore privilegiato del presidente Trump.

Nessuno dei capitoli aperti l’11 Settembre 2001 è oggi chiuso. Ma il ricordo si disperde nel vento e annega nelle acque dell’uragano Irma. Se l’Isis è militarmente battuto sul terreno, l’Idra terrorista, dopo al Qaida e l’Isis, ha ancora molte teste. E, quando l’organizzazione della rete s’indebolisce e si dirada, le difficoltà di prevenzione degli attentati e di intercettazione dei contatti fra integralisti aumentano, perché molto è lasciato a cellule locali – Barcellona – o a ‘lupi solitari – Manchester, solo per fare due esempi -.

L’America di Trump è lontana da queste consapevolezze e da queste percezioni. L’11 Settembre è un monito di cui gli europei sono oggi più consci, e memori, degli americani.

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