Televisione

Narcos, Pablo Escobar è morto e se ne sente la mancanza. Ma il prodotto televisivo resta di alta qualità

Sembra quasi un'altra serie, per quanto riguarda il linguaggio e le dinamiche, così come diversissimi sono i personaggi centrali, con l'agente della DEA Javier Peña a condurre le fila del racconto, a narrare gli sviluppi criminali, politici ed economici del nuovo corso del narcotraffico colombiano degli anni Novanta

di Domenico Naso

Se per due stagioni confezioni un capolavoro, tutto incentrato sulla figura leggendaria (non certo in un senso positivo) di Pablo Escobar, quando devi necessariamente fare a meno del protagonista indiscusso devi dimostrare una maturità artistica e narrativa che permetta alla serie di camminare da sola. Era il dubbio che attanagliava i tanti appassionati di Narcos, la serie Netflix la cui terza stagione è disponibile in streaming dal primo settembre. Con la morte del “Patron”, miseramente ucciso sul tetto di una casa di Medellin dopo anni di vita da monarca assoluto, Narcos ha dovuto virare sulle vicende del cartello di Cali, con i nemici di Escobar a spartirsi l’enorme giro di affari lasciato in eredità. È quello che è successo più di vent’anni fa, quando polizia, istituzioni e cartelli rivali hanno di fatto unito le forze per abbattere un uomo che era diventato troppo grande, troppo potente, troppo ricco, uno Stato nello Stato. E il governo colombiano, che in quegli anni non era certo un esempio specchiato di incorruttibilità, non poteva accettare una situazione del genere.

Con l’arrivo al potere dei “caballeros” di Cali, la situazione è cambiata di molto: meno clamore, meno stragi da prima pagina, meno arroganza nei confronti del potere costituito. C’erano soldi per tutti, politici, forze dell’ordine e narcotrafficanti, e la guerra non faceva comodo a nessuno. Sul piano della struttura narrativa di Narcos, l’assenza di Pablo Escobar si fa sentire eccome, anche perché l’attore brasiliano Wagner Moura era riuscito a regalare al pubblico un “Patron” indimenticabile, iconico, con frasi rimaste nell’immaginario collettivo già dopo soli due anni. E nonostante il vuoto lasciato da Escobar, colmato solo in parte dai nuovi protagonisti, indubbiamente meno carismatici, il prodotto televisivo regge eccome, perché la qualità è rimasta intatta. Sembra quasi un’altra serie, per quanto riguarda il linguaggio e le dinamiche, così come diversissimi sono i personaggi centrali, con l’agente della DEA Javier Peña a condurre le fila del racconto, a narrare gli sviluppi criminali, politici ed economici del nuovo corso del narcotraffico colombiano degli anni Novanta. Manca il personaggio che fagocita tutti gli altri, manca il leader indiscusso, ma resta l’intreccio avvincente, la dinamica malata di uno Stato corrotto e foraggiato dai criminali che conquista l’attenzione dello spettatore.

Ci manca Pablo? Sì, assai. Ma continuare a pensarci rischia di privarci del piacere di gustare le meraviglie di un prodotto che resta di qualità eccelsa. Parafrasando De Gregori, “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. Perché c’è ancora tutta la carica violenta e brutale di uno dei fenomeni criminali più incredibili e potenti della storia.

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