Facebook non può essere considerato responsabile della propaganda terroristica fatta da Hamas attraverso le sue pagine e i suoi servizi perché il gestore di un social network non può essere trattato alla stregua di un editore. E’ questa la conclusione alla quale è pervenuta, lo scorso 18 maggio, la giustizia americana respingendo due azioni con le quali si chiedeva ai giudici di condannare Facebook ad un risarcimento miliardario per aver consentito l’utilizzo della propria piattaforma a gruppi e soggetti già identificati dalle Autorità come appartenenti o simpatizzanti del movimento islamico di resistenza Hamas, considerato responsabile di un’interminabile sequenza di azioni terroristiche.

Nelle due azioni, trattate congiuntamente dai giudici, da una parte 20mila residenti in Israele e dall’altra i familiari di alcune vittime di attentati terroristici rivendicati da Hamas e da altri gruppi terroristici palestinesi contestavano a Facebook di lasciare utilizzare la propria piattaforma a tali gruppi per incitare, promuovere e organizzare azioni terroristiche, sottolineando come, a loro dire, gli algoritmi di Facebook giocherebbero un ruolo vitale nella diffusione dei contenuti prodotti da chi fa propaganda al terrore.

Facebook – sempre stando a quanto si legge nell’atto introduttivo del giudizio appena conclusosi a New York – pur consapevole di tali circostanze e, in particolare, pur conoscendo nomi e cognomi di terroristi e relative organizzazioni non sarebbe intervenuto per disattivare i loro account e impedire loro di utilizzare la piattaforma.

Si tratta, nella sostanza, di accuse perfettamente sovrapponibili a quelle già decine di volte indirizzate da singoli, media e opinione pubblica – in Tribunale e fuori dal Tribunale – all’indirizzo non solo di Facebook ma anche di YouTube e, più in generale, dei gestori di tutte le piattaforme di social network e di users generated content. Basti pensare alla recentissima inchiesta giornalistica di SkyTg24 sugli analoghi contenuti di propaganda terroristica che continuerebbero, pervicacemente, a rimbalzare attraverso YouTube.

Negli Stati Uniti, come d’altra parte in Europa, questo genere di vicende sono governate da una parte da una legge – l’Anti-terrorism act (Ata) – che, naturalmente, vieta l’utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione di massa per fare propaganda al terrore e dall’altra da una legge – il Communications Decency act (Cda) – secondo la quale i cosiddetti intermediari della comunicazione ovvero le grandi piattaforme di social network e di users generated content non possono essere chiamate a rispondere dei contenuti pubblicati dai propri utenti e non possono essere destinatarie di un obbligo generale di sorveglianza finalizzato a evitare l’uso dei propri servizi per finalità illecite.

Nel tentativo di “aggirare” tale ostacolo normativo e di sentir condannare Facebook al risarcimento dei danni per circa un miliardo di dollari, i legali delle vittime di Hamas e dei ventimila residenti in Israele hanno provato a convincere i giudici che la colpa di Facebook non fosse non aver evitato la pubblicazione di contenuti specifici da parte di quegli utenti ma aver consentito a quei soggetti – già noti alle Autorità per la loro appartenenza a gruppi di propaganda islamica e terroristica – di utilizzare il social network. Un’azione, in altre parole – secondo l’accusa – neutra e che non presupponeva che Facebook fosse considerato editore di quei contenuti.

I giudici di New York, tuttavia, hanno respinto l’accusa spiegando che restringere l’utilizzazione ad alcuni utenti si traduce, evidentemente, in una selezione di tipo editoriale sui contenuti poi disponibili sulla piattaforma e che, dunque, un obbligo di questo genere non può dipendere dal social network che mette esclusivamente a disposizione del pubblico una piattaforma per la condivisione di contenuti prodotti e pubblicati da terzi.

E’ una posizione non nuova, né originale quella che rimbalza dal Tribunale di New York ma inesorabilmente destinata a ri-animare un dibattito mai sopito sul ruolo e le responsabilità dei gestori delle grandi piattaforme online rispetto ai contenuti illeciti – che si tratti di propaganda al terrore, di fake news o di violazioni del diritto d’autore – prodotti e pubblicati dai loro utenti.

Questo tipo di contestazioni partono sempre dalla consapevolezza che questi soggetti fanno soldi anche grazie allo sfruttamento commerciale dei contenuti illeciti e che per questo è giusto chiamarli a risponderne a prescindere dal fatto che non ne siano né autori, né editori. D’altra parte chiamando in causa questi soggetti si rischia di innescare un pericoloso processo di censura privata del quale è difficile misurare l’impatto di medio periodo.

E’ un nodo che va sciolto a livello globale e va sciolto in fretta perché l’attuale contesto di incertezza del diritto minaccia valori fondamentali della società dell’informazione che vanno dalla libertà di parola, alla privacy, passando per il diritto d’autore e quello a fare impresa.

E si tratta di una questione che si sbaglierebbe a ricondurre – come troppo spesso accade – alla battaglia in corso tra le grandi corporation e alcuni governi perché, in realtà, la questione riguarda anche – ed anzi soprattutto – gli utenti e i loro diritti di cittadinanza digitale nonché le più piccole start up che, a differenza dei giganti del web, non possono permettersi i rischi e i costi di azioni legali come quelle alle quali i giganti, al contrario, si sono ormai rassegnati a subire.

Serve una scelta equilibrata, non punitiva, ponderata e, soprattutto, non miope ma basata su una visione di medio-lungo periodo.

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