Il Centro diurno Alzheimer Tre Fontane di Roma ha chiuso i battenti a febbraio. E così famiglie e pazienti sono rimasti soli, senza assistenza. Nel 2016 infatti è scaduta la convenzione, ma dopo un periodo di proroghe, due bandi e un complesso iter burocratico il servizio è fermo in attesa di verifiche sull'azienda vincitrice.
Da quando ha smesso di andare al centro, Alberto è peggiorato. “Ho visto un crollo”, racconta la moglie, Emilia. Seduta nel sole del cortiletto di quello che è stato il Centro Diurno Alzheimer Tre Fontane, a Roma, racconta la sua storia. “Mio marito non ha mai amato tanto la socialità. Ma qui l’hanno fatto addirittura ballare. Come avete fatto?”, ride. Da due mesi, gli abitanti dell’Eur e dei quartieri vicini hanno perso il servizio di assistenza per queste persone. A marzo 2016 è scaduta la convenzione, ma dopo un periodo di proroghe, due bandi e un complesso iter burocratico il servizio è fermo in attesa di verifiche sull’azienda vincitrice.
I lavoratori in questo momento (una psicologa che è anche la responsabile del servizio e cinque operatori sociosanìitari) sono a casa. “Prima siamo stati in ferie e ora siamo in aspettativanon retribuita, nella speranza che la questione si risolva”, spiega la responsabile, Alessandra Italia. “Stare a casa vuol dire vivere un lutto anche per noi”. Il Centro Diurno Alzheimer nasce all’Eur nel settembre 2012 per ospitare e prendersi cura di persone affette da Alzheimer e demenze di grado lieve e moderato. Il servizio richiede che le associazioni e le cooperative che partecipano abbiano una struttura propria che risponde alla normativa esistente. Qui il centro si trova nel complesso dell’abbazia Tre Fontane, circondato dal verde. Gli utenti coltivavano l’orto, facevano spettacoli teatrali, corsi di racconto. Hanno scritto un libro di ricette: quelle che ricordavano, quelle che preparavano ai loro cari. “Un centro diurno è importante e se ne parla troppo poco: questi sono posti in cui si cerca di far mantenere il più possibile a queste persone le loro capacità. Perché hanno un problema, ma sono persone”, dice Alessandra.
Il servizio è sempre appartenuto a un bando del Municipio VIII. Ma, “per la vicinanza con l’Eur, abbiamo anche sempre accolto anche persone del Municipio IX”. A marzo 2016 scade la convenzione. Da allora comincia un periodo di proroghe, poi i municipi si attivano, escono due bandi, uno per il municipio VIII e uno per il IX. “Così inizia un doppio iter. E noi andiamo avanti lavorando su proroghe e quindi con una progettualità ridotta”, spiega ancora Alessandra. “Ho subito iniziato una serie di procedure per le gare in scadenza”, spiega Lucietta Iorio, a capo della direzione socio-educativa del Municipio VIII dal 2015. Con la complicazione che nel frattempo è sopraggiunto il nuovo codice degli appalti. “Ho mandato alla collega del municipio IX la gara in modo che potessimo procedere in parallelo. Ad aprile 2016 abbiamo predisposto la gara: le procedure sono complesse e lunghe. Siamo arrivate alla giurisdizione dell’appalto a novembre 2016: è risultata vincitrice una ditta, ma subito dopo abbiamo riscontrato problemi con l’Asl. Erano stati rilasciati nulla osta datati”. Quindi “ha vinto il secondo in graduatoria: Domus“, ovvero la stessa realtà che aveva gestito il servizio fino ad ora.
Ma sopraggiunge un’ulteriore complicazione. “La Domus ha ceduto il ramo d’azienda ad un’altra società, Mediterranea”, spiega ancora Iorio, “su cui ora sto facendo verifiche e che deve fare la voltura. A giorni dovremmo avere la documentazione. È una procedura farraginosa, ma se tutto va bene farò un affidamento di urgenza e il servizio riaprirà, me lo auguro, il prima possibile. Entro un mese“.
Il centro aveva tra i 35 e i 40 iscritti, con una frequenza tra le 15-20 persone al giorno, a giorni alterni. Da metà febbraio è formalmente chiuso, con la scadenza delle assegnazioni da parte di entrambi i municipi. “Nel frattempo vengono assicurati servizi alternativi“, aggiunge Alessandra Italia. “A domicilio o presso un centro per anziani fragili. Ma non è la stessa cosa”. “Vogliamo che il centro riapra”, dice Elisa, che qui al centro portava il marito Vincenzo. O quantomeno sapere che fine ha fatto il bando: non è possibile che il nostro destino resti appeso così. Ora mio marito mi chiede: perché non andiamo al centro? Non mi vuoi portare? E io non so cosa rispondergli”. Soluzioni alternative sono state date, nel frattempo. “Ma non è lo stesso. I nostri cari non sono pacchi. Sono persone”.
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