Alla chiusura della Convenzione Nazionale Pd che ha segnato la prima fase delle primarie, un po’ sottotono per la partecipazione al voto da parte degli iscritti e molto movimentata dalla moltiplicazione delle tessere “tardive”, il candidato Matteo Renzi si era concentrato a mettere in guardia contro quelli che con “i no e i distinguo” si appresterebbero a “bombardare  il partito per i prossimi 4 anni” e a lanciare anatemi contro “l’Opa sul futuro” partorita ad Ivrea dai rappresentanti della “tirannide qualunquista“.

A margine, per bocca di Lorenzo Guerini, c’era stato anche il no secco a qualsiasi slittamento della data del voto per consentire a Michele Emiliano di recuperare almeno parzialmente lo svantaggio che gli deriva dall’essere un competitore “azzoppato”: la motivazione scontata è che “la macchina è già in moto” ma forse, se l’incidente fosse toccato al candidato più candidato degli altri, la sensibilità per “il caso personale” sarebbe stata maggiore.

Quello che Renzi non aveva comunicato nella giornata dell’investitura interna a segretario, anche se la sede sembrava opportuna, e che invece ha dichiarato nel salotto di Porta a Porta, è di “essere pronto a togliere i capilista bloccati” e, testualmente, di “non avere problemi a mettere la faccia per prendere voti”.

Per un tale annuncio che conferma, in un momento particolarmente difficile, l’ansia di riconnettersi con l’elettorato in fuga dal Pd e la rincorsa al M5s, e che comporta, con l’abolizione di un punto “cardine” del fu Italicum, la demolizione finale della “legge che tutti ci avrebbero copiato”, ci voleva un salotto deputato: quello dell’inossidabile Bruno Vespa dove Renzi ripara puntualmente per rilanciarsi anche se, con la nota faccia tosta, rimprovera al conduttore il rapporto privilegiato con Grillo per un’ospitata una tantum che risale a tre anni fa.

Ma la giornata del ritorno a Porta a Porta in vista di un “calendario televisivo soft” almeno fino al 30 aprile, per non ripetere l’infausto presenzialismo ossessivo del “vecchio” Renzi, è stata speciale non solo per la improbabile news dell’archiviazione dei capilista bloccati che ridurrebbe non poco la possibilità di garantirsi un nutrito plotone di fedelissimi in parlamento.

In contemporanea con Porta a Porta, su Report andava in onda l’inchiesta sul salvataggio de L’Unità in cambio di favori all’imprenditore beneficiario Marco Pessina: a riferirlo è un testimone chiave della trattativa. Ma nelle esternazioni torrenziali a Porta a Porta non c’è alcun riferimento al caso Report, né all’alacre lavorio preventivo per “ridurre il danno”, né tantomeno “alle misure” per “evitare” ex post, che possano esserci contraccolpi per la trasmissione.

Il capo della comunicazione renziana, nonché membro della Vigilanza Michele Anzaldi, da sempre molto vigile nel preservare il governo dalle interferenze delle inchieste giornalistiche, quasi per compensare il silenzio dell’ex presidente del Consiglio ha dichiarato senza problemi: “Dobbiamo mettere al riparo Report da chi diffonde calunnie. Ad essere danneggiata sarebbe innanzitutto la trasmissione” e ha aggiunto che “Renzi non sa niente di questa questione” e che “non c’entra niente con L’Unità”. 

Se da Vespa Renzi ha glissato su Report semplicemente perché “totalmente all’oscuro”, come ci ha spiegato Anzaldi, si è invece aggrappato per metà trasmissione all’insperata ciambella di salvataggio che gli è arrivata last minute da Roma sul fronte dell’inchiesta Consip con la notizia dell’indagine per falso a carico del capitano del Noe Gianpaolo Scafarto per la manipolazione dell’intercettazione su Renzi padre. A quel punto del pomeriggio il copione di Matteo per Porta a Porta si dev’essere materializzato in tutta la sua disarmante semplicità. Un inizio sottovoce per ribadire “la fiducia assoluta nella magistratura” e la sua posizione defilata nei riguardi del padre indagato pur avendo da sempre creduto nella sua innocenza.

Poi la ripetizione all’infinito che “la verità alla fine viene a galla” e che comunque lui non ha mai creduto nei complotti, anche se tra i suoi fedelissimi da Gennaro Migliore a Mario Lavia c’è una gara per denunciare un preciso disegno dietro “l’inquietante manipolazione” a opera di pubblici ufficiali e magistratura “deviati“. Infine il figlio Matteo, rivolgendosi con una certa commozione al pubblico di Porta a Porta, dice che “sta andando a casa per portare i figli a cena dal nonno”, sottinteso “per festeggiare” quello che secondo le parole del suo avvocato difensore è “l’indizio apparente che se va”.

Ma a differenza di quanto raccontano le narrazioni nel salotto di Vespa e i titoloni dei “grandi giornali”, per un indizio “apparente” che cade tutti gli altri rimangono inalterati; se un’intercettazione è stata riportata malamente nell’informativa alla Procura (con dolo o colpa è da accertare) non travolge da sola l’intero impianto di un’inchiesta complessa ed articolata. E dato che la frase di Italo Bocchino attribuita erroneamente ad Alfredo Romeo non è la chiave di volta dell’inchiesta non si capisce bene perché “si dovrebbe ripartire da zero”.

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