Non ci sono “prove decisive” che ci sia Mosca dietro gli hackeraggi delle email del partito democratico durante le elezioni e le sanzioni sono motivate da “ragioni politiche”. A tre giorni dall’espulsione di 35 funzionari russi decise da Barack Obama, Donald Trump passa al contrattacco.

Il presidente eletto, che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, sta ricevendo dall’intelligence briefing “su base giornaliera”, ha detto Sean Spicer, futuro portavoce del capo della Casa Bianca intervistato dalla Nbc – e “non sembrano esserci prove decisive” che i russi siano dietro gli attacchi hacker. Il rapporto dell’Fbi e dell’Homeland security che sostiene le accuse contro Mosca, ha proseguito, non è altro che un manuale “di istruzioni” sulla cybersicurezza di base per i democratici. Le sanzioni, poi, “sono motivate da ragioni politiche“: Obama avrebbe solo “punito” Mosca dopo che la candidata democratica Hillary Clinton ha perso le presidenziali.

Anche il 1° gennaio Spice aveva affrontato la questione in un’intervista alla Abc, definendo “sproporzionata” la risposta dell’amministrazione Obama agli hackeraggi. “Trentacinque persone espulse, due siti chiusi. La questione è se questa risposta è proporzionata alle azioni subite. Forse lo è, forse no, ma bisogna rifletterci”, sottolineava, osservando che dopo che la Cina rubò nel 2015 dati di dipendenti del governo “non fu presa alcuna azione pubblica. Niente, niente fu fatto quando milioni di persone furono derubate delle loro informazioni private, incluse quelle sui nulla osta di sicurezza”.

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