E’ davvero desolante sentire la litania di Matteo Renzi sul fronte del No: “Siete la Casta”, ha rinfacciato a Maurizio Landini. Dopo la palude e il mosaico di facce, da Zagrebelsky a Grillo, da Brunetta a Monti, Renzi vorrebbe farci credere che egli non è Casta. Lui che campa di politica da quando aveva i calzoncini corti; lui che se non fosse per l’azienda di famiglia non saprebbe cosa scrivere sul curriculum alla voce “esperienze lavorative”.

I compagni di viaggio di Matteo Renzi sono la sciagura dell’economia reale. A tifare per il Sì ci sono le banche d’affari, da Goldman Sachs a Jp Morgan. C’è Deutsche Bank. Ci sono le agenzie di rating. C’è il Financial Times. C’è Giorgio Napolitano, presidente “interventista”, il garante dell’Europa che guarda dall’alto in basso. C’è Sergio Marchionne, uno che con l’Italia non avrebbe più nulla a che spartire visto che è cittadino svizzero. C’è Davide Serra, e non aggiungo altro. C’è Confindustria, il cui centro studi prevede un periodo di non crescita in caso di vittoria del No. Strana gente questa che prevede sempre quello che accade fuori dal loro recinto ma non vede quello che invece accade nel loro (ogni riferimento alle vicende del Sole 24 Ore è puramente casuale).

Siete la Casta, siete la palude, siete l’accozzaglia. Alla faccia del fatto che non voleva ripersonalizzare lo scontro! Renzi si tenga stretto i suoi alleati finanziari, si tenga stretto il mondo delle banche, si tenga stretti gli imprenditori da salotto. Si tenga stretto Vincenzo De Luca, poeta del clientelismo. Il suo metodo è esattamente lo specchio di quella politica veloce, zero impicci, zero check and balance.

Eccole le ragioni del Sì. Ecco la sarabanda dei renziani.

Ora, se il Sì vincerà l’economia reale sarà schiacciata dalle logiche degli speculatori da una parte e quelle dei clientes dall’altra. Se Renzi vincerà avrà tutte le ragioni per fare piazza pulita, in fin dei conti è la sua vittoria. Il presidente Mattarella, sempre più sfinge in questa competizione (a meno che non si voglia prendere per buono l’endorsement per conto terzi raccontato appunto da Eugenio Scalfari), sarà confinato ai margini della democrazia renziana.

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