Televisione

Stato Civile, così RaiTre racconta le prime unioni civili italiane: una gioia per lo spettatore

Il merito principale di Stato civile è proprio la mancanza assoluta di morbosità nel racconto o, peggio, di tentativi gigioni di sottolineare una presunta diversità rispetto alle famiglie “tradizionali”. È tutto raccontato in punta di fioretto, allo scopo evidente di far assimilare agli spettatori un concetto fondamentale: è tutto normale, è semplicemente un'altra storia d'amore

di Domenico Naso

Sull’efficacia o meno della legge sulle unioni civili si può discutere per ore, così come sul fatto che si tratti solo di un primo passo verso la piena uguaglianza delle coppie omosessuali. Sulla resa televisiva, invece, ci sono decisamente meno dubbi. Lo ha dimostrato ampiamente, giovedì in seconda serata su RaiTre, la prima puntata di Stato Civile, un racconto sotto forma di docureality delle prime unioni civili celebrate in Italia. La cerimonia, però, è solo il dettaglio finale di una narrazione più profonda, che prende spunto dalla legge e dalla sua applicazione per raccontare rapporti lunghi e solidissimi, assolutamente normali. Una normalità che spiazza chi ha sempre visto nelle coppie omosessuali una minaccia alla famiglia tradizionale o peggio ancora.

Sei puntate, due coppie alla settimana, Stato civile è iniziato con le vicende sentimentali e umane di Orlando e Bruno, due ultrasettantenni che stanno insieme da 52 lunghissimi anni. Fiorai in pensione con un passato da emigrati in Germania, Orlando e Bruno hanno finalmente coronato il loro sogno dopo oltre mezzo secolo di unione e sentimento profondo, ma anche di incomprensioni, discriminazioni, difficoltà.

E vederli adesso, a Pineto in Abruzzo, è una gioia per lo spettatore. La loro storia è televisivamente perfetta, così come di grande impatto è la narrazione della loro vita quotidiana di una normalità disarmante. Si commuovono spesso, si abbracciano, si baciano: vivono dunque il loro rapporto come qualsiasi altra coppia eterosessuale. E il merito principale di Stato civile è proprio la mancanza assoluta di morbosità nel racconto o, peggio, di tentativi gigioni di sottolineare una presunta diversità rispetto alle famiglie “tradizionali”. È tutto raccontato in punta di fioretto, allo scopo evidente di far assimilare agli spettatori un concetto fondamentale: è tutto normale, è semplicemente un’altra storia d’amore.

La seconda coppia, quella composta da Giorgio e Michele (37 e 35 anni), è decisamente diversa. Il primo è sindaco dem di San Giorgio a Cremano e la loro unione civile è stato un happening pubblico di dimensioni spropositate. A celebrare l’unione è arrivata in quel di Portici direttamente Monica Cirinnà, “madre” della legge e ormai Madonna Pellegrina della comunità LGBT. Altra bella storia d’amore, dunque, ma televisivamente manca l’impatto di Orlando e Bruno, della loro lunga vita assieme. Manca l’efficacia narrativa, e le differenze tra le due coppie sono evidenti, ma poi spunta la nonna ultracentenaria di uno dei due e tutto cambia. Evidentemente la cosa più inedita (e dunque la più curiosa da analizzare) è l’approccio delle persone più anziane alle unioni civili in particolare e alle coppie omosessuali in generale. E, anche in questo, Stato civile riesce a sfatare un tabù: c’è così tanta tolleranza nelle parole della nonna, da cancellare ogni dubbio sulla capacità delle vecchie generazioni di “assimilare” le nuove realtà sociali.

Stato Civile è più di un programma: è servizio pubblico puro, con il linguaggio contemporaneo e ormai familiare del docureality stile Real Time. Raccontare le coppie omosessuali e le prime unioni civili italiane è un dovere della tv pubblica, oltre che una bella scommessa della terza rete diretta da Daria Bignardi. Un affresco di disarmante normalità che forse servirà a scardinare qualche pregiudizio di troppo ancora diffuso in alcune frange della società italiana.

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