Una nuova ondata di purghe travolge la Turchia, dove, con un decreto dello stato d’emergenza, sono stati rilasciati dalle prigioni 33.838 detenuti, in modo da fare spazio alle oltre 20mila persone arrestate finora nell’inchiesta sul fallito colpo di Stato del 15 luglio scorso. Lo rende noto il ministro della Giustizia di Ankara, Bekir Bozdag.

Intanto continuano le misure punitive contro i fiancheggiatori veri o presunti della rete golpista dell’imam Fethullah Gulen. Nessuna categoria viene risparmiata. In tutto, in sole 24 ore, sono stati cacciati con 3 nuovi decreti dello stato d’emergenza 50.589 dipendenti pubblici. Nessuna categoria è stata risparmiata: insegnanti, professori universitari, imam e poliziotti. “L’operazione di pulizia continuerà”, assicura su Twitter il vicepremier, Nurettin Canikli.

Sono stati rimossi dal loro incarico 7.669 agenti delle forze di polizia. Nella lista dei nuovi epurati figurano anche 24 governatori centrali, 323 gendarmi e 2 ufficiali della guardia costiera. Non solo. Perché anche gli impiegati e i dirigenti statali sono nuovamente finiti nel mirino. Si tratta di 1.519 lavoratori della Presidenza per gli affari religiosi (Diyanet), massima autorità islamica nel Paese, 2.018 dipendenti del ministero della Salute e 2.346 accademici del Consiglio per l’educazione superiore (Yok), che supervisiona le università.

Il governo fa sapere che potrà commissariare i Comuni in cui sindaco, vicesindaco o consiglieri comunali saranno sospesi con accuse di terrorismo. Lo prevede uno dei decreti dello stato d’emergenza pubblicati oggi. In precedenza, la norma era stata ritirata da un disegno di legge in discussione in Parlamento, per la dure proteste dell’opposizione, che temeva la rimozione d’imperio dei propri amministratori locali, specie nel sud-est a maggioranza curda.

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