L’attesa è finita. Il film più invocato dell’anno è arrivato in sala. Peccato che tutta la bramosia per l’evento si consumi nei primi 30-40 minuti di girato per poi spomparsi nel girare a vuoto per la restante oretta abbondante di film. Suicide Squad è quello che ci aspettavamo, vedendo i trailer sminuzzati ed elargiti con un timing degno di “bomba fine di mondo” per mesi: tanto rumore per molto poco.

Il grande capolavoro che doveva essere dura il tempo dell’ipercinetica presentazione dei singoli villain della task force che dovrà salvare il mondo da un pericolo impossibile (notare l’accoppiamento caratteristiche storico-fisiche dei singoli accompagnate da un diverso brano musicale alla maniera di un didascalismo qualunque), fino a quando Suicide Squad si fa inseguimento, consolidamento, rimescolamento dei medesimi cattivi metaumani con i vili mandanti umani dell’ente governativo segreto che li recluta, altri villain vagamente accennati come Joker, e un paio di creature sovrannaturali veramente terribili che mettono a ferro e fuoco Midway city.

Suicide squad non è però altro che una (mezza) sporca dozzina con i costumini colorati che fanno andare in solluchero generazioni wrestlermania. Impossibile far assurgere i connotati epici di un Batman e di un Superman (di Donner, Lester, Burton o Nolan non importa) a Deadshot, Harley Quinn, Captain Boomerang, El Diablo, Killer Croc e compagnia. Perché rimangono caratteri da comprimari che non guizzano, che non volano, che non forgiano l’immaginario fantastico dove bene e male dovrebbero fondersi in un unico pastone etico di un presente vagamente dark ed erroneamente ricalcato nella sci-fi anni ottanta. Questi villain che occupano per intero lo schermo senza mai lasciarti respirare (ritmo comunque alto, non c’è che dire), sono figurine mangia e bevi comprate al supermarket linguistico delle ovvietà, caratteri piallati con una cautela linguistica da oratorio.

David Ayer, che con Fury aveva ripitturato il grande schermo con una inaudita e rivoluzionaria violenza di guerra, si ferma dove non può arrivare: davanti alla vetrinetta di quelli che hanno fatto la storia. Deadshot e compagnia avranno sì dei “punti deboli”, ma non riescono a raggiungere il vibrato di una kryptonite per Clark Kent, del tormento di Bruce Wayne, dell’ira funesta e incontrollabile di un Hulk. Sembra che Ayer, infatti, da un lato abbozzi le linee esteriori dei suoi villain, i tratti generali di un richiamo al fumetto, poi li accompagni nel gioco al massacro perdendosi tortuosamente lontano, quasi a preferire dei campi lunghi che tra buio, fracassi, raggi laser, e untuosità degli sfondi esterno notte, rischiano davvero di non farci percepire se stiamo assistendo a mazzate, sciabolate o pistolettate tra nemici.

Per decine di minuti la task force vaga eliminando degli semi-zombie per poi arrivare ad uno scontro finale che, come segnala A. O. Scott sul New York Times sembra la resa dei conti di Ghostbusters con tanto di spiriti ectoplasma a fare capolino. In termini di sistema blockbuster, gira e rigira, nulla di distinguibile da un X-Men o da un Captain America qualunque. E così la Hollywood che ha trasformato l’arte popolare in sistema industriale seriale e ripetitivo che annulla ogni barlume di originalità creativa, getta nel tritatutto altre icone, spunti, magie, culti di massa. Tutto è sempre così terribilmente dejà vù: dal culetto della pupa del gangster di Harley Quinn (la Robbie psicologa è da urlo, mentre incipriata sa di carnevale di Rio), alle paturniette per la prole di Deadshot, fino all’inconsistenza di un El Diablo che sembra uscito da una convention di repubblicani smaniosi di ergere muri al confine con il Messico. Davvero per quel che se ne ricava seguendo dal minuto 50 al minuto 110 si può andare a fare due chiacchiere con la maschera. In tempo per rientrare e capire sui titoli di coda che ci sarà un seguito. Volontarietà del dolo (con attenuante): la Warner oltre a produrre Suicide Squad porta al cinema anche Mad Max: Fury Road.

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