A maggio, un mese dopo la diffusione dei contenuti dei Panama papers, il governo del piccolo Paese del centro America aveva creato una commissione di sette esperti internazionali con l’obiettivo dichiarato di aumentare la trasparenza del settore finanziario. Venerdì scorso però l’uomo-simbolo della presunta svolta, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha dato le dimissioni dall’organismo. Con lui, stando a quanto riportato dall’agenzia Reuters, ha lasciato anche l’esperto anticorruzione svizzero Mark Pieth. Il motivo? Panama, dove stando agli oltre 11 milioni di documenti dello studio Mossack Fonseca pubblicati dall’International Consortium of Investigative Journalists hanno o hanno avuto conti offshore centinaia di politici, imprenditori e campioni sportivi, ha detto no alla richiesta che il rapporto finale della commissione sia reso pubblico. La decisione finale sarà rimessa al presidente della piccola Repubblica, Juan Carlos Varela.

“Pensavo che il governo fosse più impegnato, ma ovviamente non lo è”, ha commentato il docente della university of Columbia. “E’ incredibile come hanno cercato di indebolirci“. E ancora: “Possiamo solo immaginare che ci siano pressioni da parte di chi fa profitti grazie all’attuale sistema finanziario non trasparente”. Pieth, docente di diritto penale all’università di Basilea, ha rincarato spiegando: “Ci è stato chiesto di far questo per far loro un favore, abbiamo sfilato davanti ai media internazionali, e poi ci dicono di star zitti quando quel che facciamo non piace”.

Il ministro degli Esteri di Panama, in un comunicato, ha dato la colpa delle dimissioni a generiche “divergenze interne”, senza fornire dettagli. E Alberto Aleman, ex amministratore del Canale di Panama, uno dei cinque membri superstiti (quattro dei quali panamensi), ha sostenuto che la commissione continuerà il lavoro. Ma è evidente che l’organismo – chiamato da Varela a “rivedere” le pratiche finanziarie e legali per far uscire il Paese dalla lista dei paradisi fiscali che facilitano la vita a chi vuole eludere il fisco o riciclare denaro sporco – ne esce irrimedabilmente depotenziato.

E pensare che solo giovedì scorso Panama ha annunciato un decreto mirato a imporre tasse aggiuntive, dazi e limitazioni all’emigrazione ai danni dei Paesi che “discriminano o danneggiano gli interessi economici” della Repubblica perché la ritengono appunto un paradiso fiscale. Una mossa diretta soprattutto contro la Francia, che dopo la diffusione dei Papers ha rimesso Panama sulla black list.

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