La stabilizzazione completa del Paese è “un sogno impossibile”. Più realistico puntare a una stabilizzazione parziale e a instaurare un governo in Tripolitania. Dove l’Eni ha molti impianti e l’Italia i suoi maggiori interessi. È la ricetta di Paolo Scaroni per stabilizzare la Libia. In un’intervista al Corriere della sera il vicepresidente della banca Rotschild ed ex amministratore delegato di Enel e dell’Ente Nazionale Idrocarburi definisce la Libia la “prima emergenza nazionale” per l’Italia: “E’ casa nostra – spiega – credo che avere uno Stato fallito a 80 chilometri dalle nostre coste sia un rischio enorme. In primo luogo per l’immigrazione di carattere economico, incontrollata e incontrollabile, che a differenza del passato rischia di bloccarsi da noi. Con il blocco delle frontiere da parte di molti Paesi, c’è la concreta prospettiva che l’Italia diventi una grande Calais. Già nelle prossime settimane potremmo vedere arrivare sulle nostre coste 2/3 mila disperati al giorno”.

“È da mesi, se non da anni – sottolinea Scaroni – che ci viene ripetuto il refrain: possiamo intervenire in Libia solo se un governo legittimo ce lo chiede. Il punto è che questo governo solido non riusciamo a vederlo. Si succedono aborti di governi, delegittimati nello spazio di poche ore, in conflitto tra di loro”. “La verità – aggiunge – è che se guardiamo i libri di storia, si scopre che Cirenaica, Tripolitania e Fezzan sono da poco un Paese. Fummo noi italiani nel 1934 a inventarci la Libia, invenzione coloniale che non è sentita da nessuno. Ora, se invece di cercare di comporre questo puzzle difficilissimo, ci semplificassimo la vita e cercassimo di favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che poi facesse appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi, credo che potremmo risolvere parte dei nostri problemi: i nostri migranti economici non vengono da Bengasi, partono tutti dalla costa tripolina”.

Quanto all’ipotesi di diversi governi regionali, “nulla – è convinto Scaroni – ci vieta di spingere perché anche a Bengasi o nel Fezzan si possano creare governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Ma credo che anche un governo nella sola Tripolitania sarebbe molto meglio del caos attuale. Anzi, darebbe l’esempio alle altre aree. Le pulsioni separatiste della Cirenaica sono fisiologiche, quasi endemiche. Cercare di ricostruire artificialmente una unità che non esiste nella percezione della popolazione, mi sembra molto più difficile che trovare soluzioni limitate ma praticabili”.

E come verrebbero divisi gli introiti petroliferi? “Ognuno gestirebbe le sue fonti – è la risposta – La società statale dell’energia ha una sede a Tripoli e una a Bengasi. Ci sono risorse in Cirenaica e in Tripolitania”. Vantaggi ci sarebbero, secondo l’ex ad Enel ed Eni anche per sconfiggere i jihadisti: “La comunità internazionale – sottolinea – affronterebbe lo Stato Islamico molto meglio se ci fosse un governo in Tripolitania, che sollecitasse e sostenesse l’azione occidentale. Se dobbiamo aspettare che ci sia un governo nazionale, penso che tra qualche anno saremo ancora qui in attesa”.

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