Musica

Il rap è morto, e basta. E il futuro è popolato da neocantautorini senza canzoni: scenario da Walking Dead in cui non si salva nessuno

Piuttosto che scegliere se essere sbranati da I Cani o dall'epigono di Fedez preferiamo darci in pasto agli zombie, pronti a nostra volta a andare in giro per il mondo in cerca di cervelli da mangiare

Nella storia di un giornalista musicale un pezzo dal titolo “Il rap è morto, viva il rap” non può mancare. Gioca ovviamente sul motto relativo alla longevità del monarca, ma siccome il rap è stato ciclicamente dato per morto, almeno in Italia, ed è ciclicamente risorto, è diventato una specie di nuovo canone, buono ogni decade. Lo si è usato quando si è passato dalle Posse alla cosiddetta Golden Age, poi di nuovo con il fenomeno commerciale dei vari Articolo e Sottotono, e poi con l’infornata dei vari Mondo Marcio, Fabri Fibra e compagnia cantante, e poi, ancora, quando l’hip-hop è finito nel dimenticatoio, lasciando che il rap diventasse un genere esattamente come tutti gli altri, coi vari Fedez, Emis Killa e compagnia più o meno cantante.

Il rap è morto, viva il rap. Del resto, almeno da dieci anni a questa parte, il rap sembrava tutto fuorché morto. Non c’è stato anno in cui, guardando le classifiche finali dei dischi più venduti, non ci fosse almeno un artista capace con le rime. Qualche nome: Mondo Marcio, Fabri Fibra, Marracash, Club Dogo, Clementino, Fedez, J-Ax, Emis Killa, Gemitaiz e tanti altri ancora. Il rap è diventato parte del nostro patrimonio culturale, esattamente come accadde col rock ormai cinquant’anni fa, al punto che il rap stesso ha fatto il suo ingresso nel mondo dei jingle pubblicitari, della satira, dell’uso comune. Diciamo un rap che stava molto più dalle parti del pop, per essere onesti, ma pur sempre rap.

Personaggi come Fedez e Emis Killa, entrambi di ventisette anni, sono diventati popolarissimi, al punto da finire, come il loro padrino J-Ax, sulle poltrone dei talent, non solo perché rappresentativi di una fetta di musica italiana, ma proprio per la loro capacità di focalizzare l’attenzione del pubblico, di portare pubblico verso quei programmi. Bingo. Qualcosa sta però cambiando. O forse è proprio già cambiato. Ci offre lo spunto di riflessione l’uscita proprio del nuovo di Mondo Marcio, per Universal, La freschezza del Marcio. Un lavoro di qualità, che vede il rapper milanese flirtare con la musica suonata, fatto inconsueto nel genere, e anche con altri generi, chiamando a raccolta molti dei nomi sopra citati. Un modo, il suo, per festeggiare il decennale dalla sua esplosione, ma forse anche per sottolineare il suo essere parte di un mondo altro rispetto a quello di oggi. Fa bene, Mondo Marcio, perché l’oggi non è poi così accogliente, si direbbe.

Il rap, forse perché nato come qualcosa di rivoluzionario, musicalmente e come messaggio veicolato, a furia di stare sotto i riflettori si è spuntato, ha perso parte del suo potere dirompente, si è corrotto. Così, se fino a ieri chiunque bazzicasse gli ambienti discografici era proprio al mondo del rap che guardava con speranza, perché c’erano ottime possibilità che il nuovo campione di vendite e visualizzazioni passasse di lì, oggi sembra che il rap sia destinato a tornare, almeno per un po’, nei ranghi, fagocitato dal sistema, depotenziato e in qualche modo narcotizzato. Esattamente dieci anni fa Mondo Marcio, all’epoca ancora neanche ventenne, sfondava la vetta della classifica col suo Dentro la scatola, inno alla adolescenza difficile rappato da un adolescente difficile. A lui avrebbe fatto seguito l’anno seguente un rapper un po’ più grande, ma di altrettanto grande talento, Fabri Fibra, e l’enorme successo del suo Tradimento avrebbe aperto letteralmente le porte a tutti i suoi colleghi di talento, da Marracash, con Badabum, ai Dogo. Mondo Marcio era più giovane dei suoi colleghi, ma veniva associato a loro, ben più che alla generazione successiva, quella dei Fedez e degli Emis Killa, entrambi arrivati dal medesimo underground, entrambi presto diventate star globali, con hit mainstream talmente mainstream da attechire presso un pubblico assolutamente fuori contesto, a rischio di essere confusi per campioni del pop.

Oggi, però, all’orizzonte non c’è nessun Mondo Marcio, nessun Fabri Fibra, nessun Fedez. Sembra che le nuove generazioni, capaci magari sin da subito di polarizzare l’attenzione del pubblico grazie alla rete, stia diventando sempre più cupa e autoreferenziale. Sempre meno interessata a diventare mainstream, anzi, forse talmente schifata dal mainstream da voler essere underground anche in assenza di una reale tradizione alle spalle. Se guardiamo, infatti, ai nomi più interessanti che circolano nel sottobosco oggi, da Dala a Claver Gold, passando per Lazza, ma il discorso lo si potrebbe applicare anche a un Nitro, già abbondantemente uscito dall’underground, sembra come se la fame, quella fame che ha fatto uscire dal buio tutti i loro predecessori, li avesse spinto a autocannibalizzarsi più che a spingerli a sbranare il mondo circostante.

Questo si traduce, o meglio rischia di tradursi, in un ritorno del rap nel sottobosco, perché se a portare avanti il genere saranno persone come Moreno e Briga, che si sono momentaneamente trovati davanti il pubblico preconfezionato dei talent, senza essere supportati da reale talento, l’essere in via d’estinzione sarà presto una realtà più che una ipotesi. Per contro, e questo fenomeno ci lascia sgomenti, stanno imperversando tutta una genia di neocantautorini tutte chitarrine e testi stucchevoli che, in assenza di concorrenza, stanno diventando i cantori della nuova generazione. Di male in peggio. Via i rapper senza hip-hop e benvenuti i cantautorini senza canzoni. Quindi ci apprestiamo a affrontare un futuro di ventenni con la barba lunga e gli occhiali da hipster laddove ci saranno venticinquenni coi tatuaggi sul collo e i calzoni con il cavallo basso. Una brutta vita ci attende. Anche perché i cantautorini, se possibile, rischiano di fare ancora più danni dei rapper alla Fedez, perché se quest’ultimo ha fatto a pezzi una cultura che in fondo non è la nostra, questi fanno bellamente i conti con il nostro passato, facendone canzoncine senza profondità e senza contenuti.

In questo scenario da Walking Dead in cui sembra non salvarsi nessuno. E a questo punto, in un colpo di scena chi scrive dovrebbe tirare fuori dal cappello la soluzione finale, regalare il lieto fine. Invece il lieto fine non c’è. Piuttosto che scegliere se essere sbranati da I Cani o dall’epigono di Fedez preferiamo darci in pasto agli zombie, pronti a nostra volta a andare in giro per il mondo in cerca di cervelli da mangiare.

Il rap è morto. E basta.