Il traguardo della trasparenza, fanno però notare le associazioni, è strettamente collegato con il nodo dei costi amministrativi: “Spesso sono ritenuti indice di scarsa efficienza”, argomenta Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, ma “quelli per la certificazione dei bilanci, le certificazioni di qualità e sicurezza, le dichiarazioni fiscali e le rendicontazioni per i finanziamenti pubblici” in realtà “concorrono ad assicurare l’accountability, richiesta dai sostenitori e promessa dalle organizzazioni”. D’accordo l’Airc, che nota: “Per essere più trasparente un’organizzazione deve investire in sistemi informatici e figure amministrative professionali, cioè aumentare i costi. Non a caso la rendicontazione delle più strutturate è di solito più chiara ed esaustiva di quella delle piccole, fondate esclusivamente sul volontariato”.

L’idea di una rete di servizi amministrativi in comune – Per uscire dall’impasse, più di una onlus auspica la nascita di una rete di servizi comuni a livello italiano. Secondo De Ponte l’ideale sarebbe “una rete nazionale di servizi dedicati al settore, offerti pro-bono o a prezzi calmierati dai grandi studi di consulenza“, come già accade all’estero: “Potrebbe giovare in termini di efficienza e liberare risorse per altre attività”. D’accordo Unicef, Ail e Airc, che dice sì alla concentrazione di alcuni servizi come “ufficio stampa, organizzazione di campagne di advocacy o raccolte fondi” purché il numero dei soggetti collegati sia limitato per non diluire i benefici. Secondo Pasinelli di Telethon un network del genere sarebbe utile soprattutto per le organizzazioni più piccole. Frena, però, Emergency: per il vicepresidente Alessandro Bertani è “difficile immaginare come possano rispondere alle esigenze di ciascuna associazione servizi messi in comune: chi li organizza? Chi li coordina?”.

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