“Fallita”. L’Ilva è fallita. E neanche si può offrire sul mercato al migliore offerente. Neanche in saldo. Neanche a pezzi. Neanche a prezzi stracciati. Perché? Perché nessuno al mondo comprerebbe un impianto al 78 per cento sotto sequestro della magistratura italiana”. Lo scrive il giornalista Luigi Amicone, un giornalista filo-Ilva che ammette la sconfitta.

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In queste ore immagino ambientalisti – quelli favorevoli alla chiusura dello stabilimento – in preda allo sconforto più profondo. Vedo già qualcuno su Facebook che legge nel decreto una “nuova vittoria” del governo. Non è affatto così. Con l’Ilva il governo ha sempre perso le scommesse, e anche i soldi, oltre che la credibilità. Credere a questo nuovo decreto è un atto di fede. Il nuovo decreto è in realtà il capolinea della mente fantasiosa di un governo che non sa più che pesci prendere se pensa di salvare uno stabilimento – che non è riuscito a salvare – vendendolo. Vendendolo!

Tra l’altro non essendoci riuscito in passato dopo la sceneggiata del fantasioso tira-e-molla con il colosso siderurgico Arcelor Mittal. Ma mettiamo pure che questa vendita possa andare in porto (cosa ai limiti dell’impossibile) con un altro acquirente. Ammettiamo per un attimo che sia una cosa possibile. Ma si riuscirà a salvare uno stabilimento che è in coma? È come se un illustre chirurgo, che non riesce a salvare un paziente dopo otto interventi falliti, dicesse: “Ho una soluzione, vendo il mio paziente ad un altro ospedale”.

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