Glifosato, dalle leggi ai contenziosi: ecco come l’amministrazione Trump cerca di proteggere Bayer dalle cause legali
Trump salvi il glifosato. Negli Stati Uniti si cerca su due fronti, quello legislativo e quello giudiziario, di ‘proteggere’ Bayer dalle cause legali intentate da persone che sostengono di aver sviluppato il linfoma non-Hodgkin a causa del Roundup, erbicida a base di glifosato. Questa settimana il Congresso Usa voterà la nuova Farm Bill, la norma che per cinque anni regola il settore agricolo e su cui Bayer – acquistata Monsanto per oltre 60 miliardi di dollari – ha condotto un’intensa attività di lobbying. Obiettivo: stabilire che le etichette dei pesticidi approvate a livello federale dall’Epa (l’agenzia ambientale Usa) prevalgono sulle normative dei singoli Stati. Questi, dunque, non potrebbero imporre avvertenze sui rischi di cancro se l’Epa non le ritiene necessarie. Se approvata, la misura potrebbe bloccare i contenziosi ancora in corso. Tradotto: una clausola di immunità legale riguardante l’erbicida Roundup. C’è poi un’altra storia che si consuma nella aule di giustizia e con cui l’azienda (appoggiata dall’amministrazione Trump) vuole arrivare allo stesso scopo. Proprio in questi giorni, infatti, la Corte Suprema sta esaminando il caso di John Durnell, un uomo che ha sviluppato un linfoma non-Hodgkin dopo anni di contatto con l’erbicida Roundup. Durnell ha fatto causa all’azienda, accusandola di non aver adeguatamente avvertito i consumatori sui potenziali rischi cancerogeni legati all’uso del diserbante. Una giuria del Missouri gli ha dato ragione nel 2023, ma a gennaio 2026 la Corte Suprema ha accettato il ricorso dell’azienda. Il nodo è sempre quello: Bayer ricorda come l’Epa abbia ripetutamente stabilito che il glifosato non è cancerogeno, approvando etichette dei prodotti senza la relativa avvertenza e sostiene che la legge federale sulla disciplina dei pesticidi (Fifra, Federal Insecticide, Fungicide, and Rodenticide Act) già preveda la prevalenza federale e, di conseguenza, l’uniformità tra Stati, che non possono imporre avvertenze sanitarie più restrittive.
Il contesto politico e l’attività di lobbying
La posta in gioco è molto alta ed è per questo che Bayer ha investito molto nell’attività di lobbying: più di 9 milioni di dollari nel 2025. D’altronde l’azienda tedesca aveva raggiunto nel 2020 un patteggiamento da 10,5 miliardi di dollari, per chiudere circa 95mila cause negli Stati Uniti. A febbraio 2026, poi, ha proposto un nuovo accordo da 7,3 miliardi di dollari per chiudere altri contenziosi legati al glifosato. Nello stesso mese, Trump ha firmato un ordine esecutivo, sostenendo che il glifosato è fondamentale per la difesa nazionale e invocato il Defence Production Act del 1950. E facendo infuriare attivisti ambientali e sostenitori del movimento ‘Make America Healthy Again’, perché il provvedimento non solo mira a garantire una fornitura stabile di erbicidi, ma fornisce anche una forma di protezione limitata alle aziende. Fa discutere molto, in questo contesto, la posizione di Robert F. Kennedy Jr., che per anni ha criticato pubblicamente il glifosato, sostenendo anche le azioni legali per i suoi effetti nocivi. Oggi è segretario alla Salute e ai Servizi Umani (Hhs) dell’amministrazione Trump, che difende il glifosato e le aziende che lo producono. Più forte del suo passato, però, ci sono i legami fra la cerchia di Trump e Bayer. Due nomi su tutti. Quelli del capo di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles e il procuratore generale degli Stati Uniti Pam Bondi. Prima di entrare a far parte dell’amministrazione Trump, entrambi hanno lavorato per anni per Ballard Partners, una delle società di lobbying più influenti negli Stati Uniti, soprattutto nell’era Trump, per la cui campagna del 2024 ha raccolto 50 milioni di dollari.
L’attesa per il voto decisivo
Dopo la vittoria del tycoon, la società ha iniziato a rappresentare il colosso chimico-farmaceutico, a partire da dicembre 2024. Tra i principali obiettivi, c’è stato subito il salvataggio del glifosato. E, a dire il vero, già a gennaio 2026 c’era una clausola inserita (e poi rimossa) nel disegno di legge di bilancio. Questione di tempo. La proposta di legge che in questi giorni affronterà il voto decisivo ha già superato, lo scorso 5 marzo, l’approvazione della Commissione Agricoltura della Camera degli Stati Uniti. Che, quindi, ha dato l’ok a una versione del Farm Bill che include la clausola di immunità. Il 27 aprile, invece, si è riunita Commissione per il regolamento della Camera per discutere gli emendamenti e definire le modalità del dibattito finale. Tra i parlamentari che più si sono esposti contro il glifosato ci sono il repubblicano Thomas Massie e la democratica Chellie Pingree. A febbraio 2026 hanno presentato la legge ‘No Immunity for Glyphosate Act’, con l’obiettivo di revocare l’ordine esecutivo di Trump e, nel contesto della Farm Bill 2026, hanno proposto un emendamento per eliminare dalla legge quadro le clausole che impedirebbero agli stati e alle amministrazioni locali di imporre etichette di avvertimento più severe o di citare in giudizio le aziende chimiche.
La battaglia legale simbolo: Durnell vs Bayer
Ma è proprio lì che vuole arrivare la Bayer. Anche attraverso il caso di Durnell. Nell’ottobre 2023, una giuria di St. Louis ha condannato l’azienda al pagamento di 1,25 milioni di dollari come risarcimento, ma la Corte Suprema ha accettato il ricorso presentato dal colosso. E questo è diventato un caso simbolo: Bayer sostiene dunque che, se l’Epa non richiede un avviso di rischio cancro, le leggi statali (come quella del Missouri) non possono obbligare l’azienda a inserirlo perché le etichette approvate dall’Epa prevalgano sulle normative dei singoli stati. Una vittoria di questa linea difensiva significherebbe la fine o un forte ridimensionamento per circa 67mila cause tuttora in corso negli Stati Uniti. Nel frattempo, però, è successo anche altro. A dicembre 2025, infatti, la rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritirato lo studio pubblicato nel 2000, quindi 25 anni prima, secondo cui il glifosato non era dannoso. Non uno studio qualunque, ma un documento citato da centinaia di ricerche successive e anche da autorità di regolamentazione come l’Agenzia per la protezione ambientale. Tanto da diventare, come dichiarato dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato “una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato”. La decisione finale sul caso Durnell vs Bayer è attesa entro luglio 2026. In questi giorni la Corte Suprema ha tenuto udienze, ma i nove giudici appaiono divisi sulla possibilità che la legge federale debba proteggere l’azienda dalle richieste dei singoli Stati che, magari, potrebbero invece prendere provvedimenti più celeri di fronte a nuove scoperte. Bayer ha cercato di far passare misure simili (come quella che ora si vuole introdurre nella legge quadro agricola) in vari stati e ci è anche riuscita in Georgia e North Dakota. Nel frattempo, anche in questo caso, l’amministrazione Trump si è schierata a favore di Bayer nel procedimento. L’incertezza su quale sarà la decisione finale, però, ha già portato alcuni effetti: martedì le azioni di Bayer sono scese del 3%.