Doppia svalutazione dello yuan in 24 ore. Che apre la strada a un calo dei consumi interni e delle importazioni in Cina e di conseguenza spaventa le borse di tutto il mondo. Dopo la mossa a sorpresa di martedì, la più energica da vent’anni, la banca centrale cinese ha di nuovo abbassato, stavolta dell’1,6%, il tasso di riferimento intorno al quale la valuta può oscillare. Una seconda operazione del genere era del tutto inattesa, anche perché le stesse autorità di Pechino avevano definito quella di ieri una misura “una tantum” con l’obiettivo di allineare lo yuan ai valori di mercato. Ma il quadro è cambiato dopo che l’Ufficio di statistica cinese ha fatto sapere che a luglio la produzione industriale è cresciuta “solo” del 6%, in frenata rispetto al +6,8% di giugno e meno del +6,6% atteso dagli analisti. Non solo: da inizio anno gli investimenti in attività immobilizzate sono saliti dell’11,2%, il progresso più lento dal 2000.

Dati che, sommati a quelli deludenti dell’export, allontanano l’obiettivo di una crescita del pil del 7% nel 2015. Di qui le contromosse della People’s bank of China. Che pure ha tentato di calmare le acque, facendo sapere di non vedere “ragioni economiche” per una svalutazione prolungata: la volatilità della valuta potrebbe aumentare temporaneamente, in attesa che si trovi un equilibrio sul mercato dei cambi, ma le quotazioni sono previste “ragionevolmente stabili” dopo un breve periodo di aggiustamento. Dal canto suo, il Fondo monetario internazionale ha accolto con favore la scelta sottolineando che “una maggiore flessibilità nel tasso di cambio è importante per la Cina, che va in direzione del conferimento alle forze di mercato di un ruolo decisivo nell’economia e si sta rapidamente integrando nei mercati finanziari globali”.

Rassicurazioni che non sono bastate per calmare i mercati. Tutte in rosso le borse europee, con Piazza Affari che ha aperto in flessione dello 0,71% per poi aggravare le perdite e chiudere a -2,96%. Forti vendite soprattutto sui titoli del lusso e su quelli del settore automobilistico. Per il timore, appunto, che i consumatori dell’enorme mercato cinese riducano gli acquisti. Non è un caso se a Milano la maglia nera è andata a Fiat Chrysler, in flessione del 6,46%, seguita da Prysmian, Luxottica e Salvatore Ferragamo. Sugli altri listini del Vecchio Continente a registrare le perdite peggiori, tra il 3 e il 5%, sono stati Volkswagen, che in Cina realizza il 9% del suo fatturato e genera circa il 20% del risultato operativo, Daimler e Bmw. Male anche Renault e Peugeot.

Intanto si vedono segnali della “guerra delle valute” ventilata da diversi analisti. Anche il Vietnam ha infatti svalutato la moneta dopo la decisione della Cina, allargando la banda di oscillazione del dong per indebolirlo in modo da evitare gli “impatti negativi dell’intervento di Pechino e mantenere la competitività”. La moneta di Hanoi quest’anno è scesa del 3%, a fronte del calo del 10% della valuta dell’Indonesia e del 13% della Malesia. La rupia indonesiana e il ringgit malese sono rispettivamente ai minimi da 17 anni nei confronti del dollaro, mentre la rupia indiana è vicina ai minimi da due anni e il dollaro australiano ai minimi da sei anni rispetto al biglietto verde.

 

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