Si complica la situazione in Cina, alle prese con un rallentamento dell’economia reale e con le conseguenze dello scoppio della bolla sui mercati finanziari. La banca centrale ha così deciso di svalutare lo yuan dell’1,9% nei confronti del dollaro. E’ l’intervento più energico dal 1994, ossia da quando il Paese opera con un sistema di cambi moderno. Il tentativo è quello di dare una spinta all’economia favorendo le esportazioni di prodotti made in China, che diventano così più convenienti all’estero. Negli ultimi giorni infatti si sono accumulati pessimi dati sullo stato di salute dell’economia della Repubblica popolare. Le esportazioni sono scese in luglio di oltre l’8% rispetto all’anno prima e gli ordini sono in calo. Le vendite di auto sono precipitate sui livelli più bassi degli ultimi 17 mesi nonostante i forti sconti praticati dai rivenditori mentre la produzione industriale ha registrato una decisa battuta d’arresto. Si potrebbe continuare ma il messaggio che arriva dai dati è sempre lo stesso: la corsa dell’economia cinese sta rallentando in maniera decisa. Tanto da far sembrare irrealistico l’obiettivo del +7% che Pechino si è posta per il prodotto interno lordo del 2015 e suscitare più di un interrogativo sulla veridicità di alcune statistiche di fonte governativa, spesso contraddette in peggio dalle parallele rilevazioni di istituzioni private.

A questo quadro già di per sè poco felice si sovrappone la complicata e pericolosa situazione della borsa. Nell’ultimi due mesi la piazza di Shangai ha perso circa il 24% e alcune sedute sono state all’insegna del panico, con flessioni dell’indice intorno al 10%. I numerosi interventi messi in campo dalle autorità centrali (taglio dei tassi di interesse, acquisti pilotati sui titoli delle compagnie più rappresentativi, liquidità messa a disposizione degli operatori, sanzioni di varia natura per chi “manipola il mercato”, stop alle nuove quotazioni e sospensione dalle contrattazioni della maggior parte dei titoli) hanno in qualche maniera congelato la situazione. Una quiete artificialmente indotta che non scioglie però i nodi di fondo e non fa altro che rimandare la resa dei conti.

Che i valori della borsa cinese scendano non può sorprendere e già da mesi si rincorrevano allarmi sulle super-valutazioni con cui i titoli venivano scambiati. Solo nell’ultimo anno il valore complessivo dell’indice di Shanghai è praticamente raddoppiato. Il rapporto tra prezzo e utili, indicatore utilizzato per tentare di capire se un’azione è troppo cara o è conveniente, supera spesso quota 60, in alcuni casi addirittura 80 o persino 140. Nei mercati maturi valori sopra il 25 sono generalmente considerati eccessivi e quotazioni come quelle di alcune azioni cinesi non si vedevano dai tempi della bolla di internet di fine anni 90.

Nel 2015 il numero di cinesi che possiedono azioni ha superato quello delle tessere del partito comunista

In questi anni il governo cinese ha messo in campo molte facilitazioni per attirare i piccoli risparmiatori verso la borsa nel tentativo di sviluppare un canale alternativo di finanziamento per le imprese, troppo dipendenti da un sistema bancario a sua volta minato da forti squilibri. Nel 2015 si è assistito a un sorpasso di scarso valore finanziario ma dall’alto significato simbolico: il numero di cinesi che possiedono azioni, circa 80 milioni, ha superato quello delle tessere del partito comunista. Il problema è che in molti casi i titoli sono stati acquistati prendendo soldi in prestito, una pratica che ricorre nella storia di tutte le grandi bolle finanziarie del passato. Secondo Credit Suisse gli acquisti di azioni a debito avevano raggiunto, prima del crollo, un valore pari 9% della capitalizzazione del listino, cinque volte rispetto alla media dei mercati più sviluppati. Ci sono quindi anche motivazioni politiche, di salvaguardia del risparmio e del sistema bancario, che spiegano la frenetica attività delle autorità cinesi per tentare di arginare la caduta dei valori azionari.

Isolato dal contesto il crollo della borsa cinese potrebbe non avere conseguenze catastrofiche. Si tratta di un mercato grande in valore assoluti ma modesto se paragonato al Pil cinese. Si arriva a stento al 40% mentre in molti Paesi occidentali il rapporto è del 100% ed oltre. Nonostante la sbornia degli ultimi anni gli investimenti in azioni rappresentano solo il 15% dei risparmi delle famiglie cinesi. L’esposizione di investitori stranieri è estremamente ridotta, pari a circa il 4% del valore del listino, a causa delle limitazioni agli acquisti rimosse solo di recente. Si potrebbe derubricare la faccenda come il primo assaggio di quelli che sono i rischi dei mercati azionari di cui i cinesi avevano sinora sperimentato soprattutto i vantaggi. Ci sono però altri aspetti da tenere in considerazione. Nonostante i cali dell’ultimo mese le quotazioni dei titoli rimangono largamente sopravvalutate.

La caduta del listino non è finita e non potrà essere rinviata artificiosamente all’infinito. Il forte ricorso all’indebitamento per acquistare azioni ha allargato il canale di contagio tra la Borsa e il sistema bancario già alle prese con forti squilibri tra l’ammontare dei crediti erogati e il patrimonio di cui dispongono. L’amara esperienza che milioni di famiglie cinesi stanno vivendo sulla loro pelle lascerà il segno. Questo rallenterà inevitabilmente lo sviluppo della borsa costringendo le aziende a fare ancora affidamento quasi esclusivamente sulle banche. Il tutto mentre la Cina sta cercando di ri-bilanciare a favore dei consumi interni un modello economico giunto al limite e che, come una vettura che ha corso molto senza sosta, mostra segni di usura nella sua struttura. Contrariamente a quanto spesso si pensa, la tumultuosa crescita cinese è stata spinta molto più dagli investimenti che dall’export. Questo ha causato un forte incremento del debito e una compressione dei consumi visto che i risparmi venivano remunerati poco per fornire abbondanti munizioni finanziarie alle aziende. Una prolungata crescita della Borsa con più soldi alle famiglie e più risorse alle imprese sembrava davvero la quadratura del cerchio. Che però, come la geometria insegna, non esiste.