È cominciato mercoledì (e si concluderà domenica sera) il festival di Glastonbury, in in Inghilterra, uno degli happening musicali più famosi del mondo, e senza alcun dubbio il più famoso d’Europa. Probabilmente ci sarà il solito fango, perché il clima britannico è quello che è, ma la line up di quest’anno, come sempre, è da far tremare le vene ai polsi. La vasta area di Pilton, nel Somerset, è già stracolma di gente arrivata da ogni angolo del mondo per uno dei pochi festival a livello globale che riesce ancora a conservare un’aura leggendaria. Siamo arrivati alla trentatreesima edizione di quello che ufficialmente si chiama Glastonbury Festival of Contemporary Performing Arts, organizzato per la prima volta nel 1970 dal proprietario della fattoria Michael Eavis.

Oggi Glastonbury ospita 175.000 persone, di cui 135.000 paganti, con i biglietti andati a ruba nel tempo record di 26 minuti lo scorso ottobre. Sono tantissimi anche i volontari delle tre ONG che Michael Eavis ha scelto di supportare: Oxfam, WaterAid e Greenpeace. L’happening inglese, che in totale ha ospitato quasi 3milioni di spettatori e incassato qualcosa come 325 milioni di sterline, si prepara a un weekend mostruosamente ricco di grandi nomi della musica mondiale: Florence + The Machine, Motorhead, Mary J. Blige, Kanye West, Pharrell Williams, Paloma Faith, Burt Bacharach, George Ezra, Paul Weller, Lionel Richie, Patti Smith, Hozier, fino ad arrivare alla chiusura leggendaria con The Who.

Una line-up che dalle nostre parti non è facile da mettere insieme nemmeno in un secolo, e che ancora una volta evidenzia la distanza siderale che esiste tra la cultura dei festival musicali in giro per il mondo e in Italia. Anche non volendo considerare l’enorme portata artistica e culturale di un happening del genere, basterebbe dare un’occhiata al ritorno economico per cominciare a farci un pensierino.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Andrea Nardinocchi: “Il mio Supereroe, tra Ace Ventura e Prince, con un occhio a Michael Jackson”

prev
Articolo Successivo

Raf: “La crisi della musica è cominciata negli anni Ottanta. Da allora si è solo replicato il passato”

next