Non chiamatele “casalinghe disperate”, potrebbero mordere. Sì, perché le signore dell’alta borghesia napoletana protagoniste della versione italiana di Lucky Ladies (prodotto da Fremantle e in onda da ieri ogni mercoledì su FoxLife) sono donne che quelli che parlano bene definirebbero indipendenti e volitive. In una città dai forti contrasti come Napoli, la ricchezza è ostentata, appariscente, viscerale. E le nostre eroine di Posillipo non fanno eccezione. Il racconto televisivo della loro vita quotidiana (vai a capire quanto reale e quanto romanzata) ha sullo spettatore l’effetto di un grave incidente in autostrada: cruento quanto vuoi, ma l’attenzione è rapita e non puoi fare a meno di guardare.

La prima puntata di ieri sera è stata molto commentata sui social, come previsto, ma le reazioni a volte sono sembrate esagerate: cattivo gusto, ostentazione ultracafonal, sfregio alla povertà. Sì, forse. E allora? Saranno anche pochi, di questi tempi, ma i ricchi esistono e anche la loro vita è una realtà da raccontare. Il format lo fa bene, ovviamente giochicchiando sugli eccessi e portandoli all’estremo per conquistare il telespettatore e, perché no, fare arrabbiare i duri e puri. Le signore in questione sono belle e brillanti, regalano perle di rara filosofia trash-chic. È il trionfo del cafonal, appunto, ma se ci si avvicina a Lucky Ladies in maniera “laica” e senza preconcetti, ci si potrebbe persino divertire.

Ogni puntata racconta una delle protagoniste, e ce n’è davvero per tutti i gusti: da Gabrielle Deleuze, 48 anni, Miss Panama 1987, poliglotta e amante delle bollicine e del caviale (cliché da anni Ottanta, ma tant’è) a Flora Nappi, la più giovane del gruppo (35 anni), avvocato e campionessa di vela, che ama il lusso ma sa “andare in profondità e guardare con la giusta distanza i problemi della vita” (qualsiasi cosa voglia dire). Bando agli snobismi, dunque, e godiamoci le vite schifosamente ricche delle Lucky Ladies, tra abiti animalier e make up eccessivi. Però, se proprio non riusciamo a resistere, ci è concessa almeno una cosa: ringraziare il cielo di non essere come loro.

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