Solo chi ha i piedi ben piantati nel passato può guardare con certezza al futuro, immaginarlo e disegnarlo. Ciò che stiamo costruendo ora è proprio il futuro di questo paese, per la prima volta senza rinchiuderci in un illustre passato, superando recinti ideologici e provando ad immaginare l’Italia che verrà.

Ciò nondimeno, è necessario, per questa svolta, non lasciare partite aperte e scheletri nell’armadio. Il nostro passato ci lascia soprattutto molta gloria, ma anche qualche piccola contesa da chiudere. Stiamo parlando delle due grandi tradizioni politiche del paese, unitesi per formare un soggetto capace di portare al governo politiche nate dalla socialdemocrazia e dal cristianesimo sociale, una sfida che oggi stiamo vincendo.

Tra quanto ereditiamo dal passato, c’è sicuramente il giornale l’Unità, il giornale di Gramsci che non si piegò al fascismo, uno dei giornali più antichi d’Italia e che per decenni ha svolto un ruolo fondamentale di promozione e raccordo tra il partito e gli iscritti e i simpatizzanti. Non è tempo di lasciarsi andare a nostalgie romantiche, oggi i metodi della comunicazione politica sono cambiati e forse è giusto chiudere alcune fasi e aprirne di nuove. Non è tempo quindi di ripescare vecchie esperienze, ma la vicenda che sta colpendo ex-giornalisti ed ex-direttori de l’Unità chiama in causa il Partito Democratico e chiede una posizione forte, chiara e di sostegno a chi ha svolto con passione e amore il proprio lavoro nell’organo “di partito”. Certo, il Partito da tempo non è più editore del giornale, ma ciò non è motivo di giustificazione della posizione da Ponzio Pilato finora assunta con motivazioni diverse, sulle quali non entro nel merito.

La vicenda ha contorni oscuri, con giornalisti messi a conoscenza della causa solo ad avvenuta condanna e, quindi, impossibilitati persino a difendersi e un editore che sparisce nel nulla perché insolvente. Credo sarebbe opportuno che oggi il Pd si dimostrasse, almeno umanamente, vicino ai giornalisti che stanno per affrontare gli appelli, troppe volte da soli, in uno stato di prostrazione economica e psicologica, privati di mezzi di opposizione e con pesanti spade di Damocle sul loro futuro per il solo fatto di aver svolto un lavoro di utile informazione. Non c’è proporzione ma un’abnorme pena inflitta con inverosimile casualità e cinismo. Ci sono dei problemi legali ovviamente, importanti, ma c’è anche un problema valoriale. Se un giornalista che esprime un’opinione o racconta una storia rischia, perché l’editore svanisce, cause da centinaia di migliaia di euro, quanti giornalisti saranno disposti a farlo nel prossimo futuro? Avremo una stampa pluralista o rimarranno solo i grandi gruppi editoriali, capaci di sostenere le cause economicamente?

Queste sono domande a cui in generale la politica dovrà rispondere con atti legislativi capaci di assumere questa vicenda come casus belli su cui fondare nuove e più eque regole del gioco, ma una  risposta oggi è richiesta qui e ora per mitigare effetti devastanti sulle vite di giornalisti senza colpa alcuna.

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