Antonello Venditti è tornato con un album che contiene nove canzoni nuove di zecca. Si intitola “Tortuga” ed è un ottimo ritorno. Al suo interno si sentono la voce e la scrittura in gran forma di un autore storico. Come accade in tutti i grandi artisti della nostra canzone italiana, anche nella carriera di Antonello Venditti è possibile ovviamente rintracciare vere e proprie “ere” differenti: dal periodo “d’autore” a quello più “pop”; tra mestiere, ispirazione e obblighi discografici. Di base, direi, Venditti ha sempre saputo dosare in maniera ottimale l’orizzontalità del pop.

“Tortuga” è un disco diverso, forse più libero o semplicemente più ispirato. Facciamo alcuni esempi. Per prima cosa colpiscono le variazioni musicali non consuete di alcuni brani come Non so dirti quando, o L’ultimo giorno rubato, che sembra una canzone d’amore scontata, fino alla scossa del ritornello che ci fa capire che l’autore in questo disco si muove, che nell’ispirazione di Venditti oggi c’è esigenza creativa di sfruttare tutta la potenzialità della musica, anche per sorprendere. A questo il cantautore unisce una bentornata capacità, assolutamente fuori dal comune, di saper mettere le parole nella musica, con grazia e lievità, per uno dei capostipiti della canzone d’autore italiana. Erano davvero anni che non si sentiva un Venditti così. Concettualmente, il Tortuga era il baretto che si trovava di fronte al liceo Giulio Cesare, luogo ovviamente simbolo della discografia di Venditti, spazio in cui si intrecciavano storie, generazioni. È come se la forza di quel posto rivivesse nel disco, ma in maniera assolutamente non nostalgica, questo è il punto. Semmai in modo esemplare: un luogo simbolo per una ripartenza.

La stessa title track, Tortuga, è composta musicalmente quasi in sessioni progressive, dal largo respiro, molto evocativa e per niente scontata. Un altro esempio: nel brano Cosa avevi in mente, pezzo di lancio e primo singolo uscito lo scorso 8 marzo, sembra di risentire il Venditti consueto, quello pop, quello delle canzoni in cui parte nel ritornello con la canna. Ma a un certo punto il brano perde felicemente quota, atterrando in una riflessività toccante sui versi: “Quando hai fatto a pezzi/ in briciole il divano/ insultando tua madre”: si martella con una melodia quasi bloccata sul giro di accordi, che dona una certa solennità al momento, fino ai versi che creano un’ottima empatia con chi ascolta, che esplode nel grido di disperanza: “Ma perché sono sempre/ la peggiore di tutte?!”, tra psicologismo e lotte generazionali, che accomunano molte ragazze che hanno l’età della protagonista e, in un sol colpo, caratterizzano poeticamente l’intero brano e la vita che scorre di madre in figlia. Poi, certo, ci sono anche brani come Ti amo inutilmente o Attento a lei, giusto perché bisogna vendere il nome “AntonelloVenditti” a qualunque tipo di pubblico, perché funziona da oltre quarant’anni. Ma è un’operazione talmente spudorata da perdere qualunque tipo di colpevolezza.

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