La Corte d’assise di Giza ha condannato a morte 183 persone per l’assalto a un commissariato nella periferia est del Cairo in cui nell’agosto scorso morirono 11 agenti di polizia. L’assalto fu portato nel quartiere di Kirdasah subito dopo la sanguinosa dispersione dei sit-in di Fratelli musulmani che protestava per la deposizione del presidente Mohamed Morsi. La sentenza è di primo grado e appellabile.

I processi di massa egiziani vengono criticati da istituzioni internazionali, governi e ong per carenze rispetto agli standard giuridici occidentali ma sono considerati necessari dalle autorità egiziane per far fronte alla minaccia interna rappresentata dalle violenze dei Fratelli musulmani. Come ha dimostrato quello dei 545 condannati a morte nel processo da rifare di Minya, finito con 37 sentenze capitali per ora annullate, gli appelli hanno un impatto notevole sui pronunciamenti di primo grado.

Nel caso di Kirdasah, quartiere-roccaforte dei Fratelli musulmani nel governatorato di Giza (la parte sud-ovest del Cairo) gli imputati sono 188 di cui 151 alla sbarra e 37 latitanti (uno è stato condannato a dieci anni, due assolti e due sono deceduti). Per gli imputati c’è anche l’accusa di aver tentato di uccidere altri dieci agenti, di aver danneggiato il commissariato e dato fuoco a mezzi blindati e vetture della polizia, di essere stati in possesso di armi. Oltre ai processi con condanne a morte, ve ne sono altri sempre di massa ma con pene inferiori: l’estate scorsa 101 persone vennero condannate a tre anni per violenze.

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