L’ex Roxy Music, Bryan Ferry, ritorna con un album di inediti: “Avonmore”. La vera notizia è proprio la caratteristica dell’album, quasi completamente caratterizzato da composizioni originali, eccezion fatta per le due cover che chiudono il disco. La carriera post-Roxy Music di Ferry è composta per la maggior parte da una lunga serie di lavori di reinterpretazione: dal recente “Dylanesque” che attingeva al repertorio di Bob Dylan, al disco del suo debutto solistico “These Foolish Things” (1973) che apriva proprio con una versione “sovversiva” della Dylaniana “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” per poi perdersi in brani della tradizione rock, soul e jazz.

La vera notizia è proprio la caratteristica dell’album, quasi completamente caratterizzato da composizioni originali, eccezion fatta per le due cover che chiudono il disco

 

L’amore per il jazz, più volte rimarcato attraverso cover inserite nei suoi dischi, raggiunge il livello massimo con il penultimo album in studio, “The Jazz Age” (2012) dove Ferry attinge dal proprio catalogo e da quello dei Roxy Music per donare ai vecchi brani una vita nuova, traghettandoli indietro nel tempo, in un’atmosfera in puro stile “jazz anni ’20”. Un ottimo lavoro fatto insieme alla “The Bryan Ferry Orchestra” che tra gli altri vedeva gli arrangiamenti e il piano di Colin Good, Enrico Tomasso alla tromba e Alan Barnes al sassofono baritono e clarinetto. I lavori solistici caratterizzati da cover sono talmente tanti da non poter essere nominati tutti, ma questo dato mette in evidenza quale sia la naturale inclinazione di Ferry, con i relativi alti e bassi che appartengono a questa vasta produzione.
Lo stesso “Avonmore” – appena pubblicato – non manca di omaggiare altri artisti con le conclusive “Send In The Clowns” (Stephen Sondheim) e una versione molto intimista di “Johnny and Mary” (Robert Palmer).

Per questo disco Ferry si avvale di una lunga lista di nomi importanti: dai grappoli di note ascendenti della chitarra di Mark Knopfler in “Lost”, a quella meno distintiva di Johnny Marr, con il quale scrive a quattro mani “Soldier of Fortune” – che ha una successione di arpeggi tipica dei Red Hot Chili Peppers, ed in particolar di “Californication” – fino al tocco distintivo di Nile Rodgers. Al basso c’è il jazz di Macurs Miller mentre le percussioni di Frank Ricotti intervengono in “Send In The Clows”, dove ritroviamo anche la tromba di Enrico Tomasso. La produzione – che vede coinvolto anche Rhett Davies – ha reso quasi impossibile il riconoscimento degli interventi dei vari ospiti, tra i quali ci sono anche Steve Jones, Oliver Thompson e Marceo Parker.

Il disco viaggia tra alti e bassi, navigando molto tra le sonorità tipiche dei Roxy Music, come lascia intendere l’iniziale “Loop De Li”

Il disco viaggia tra alti e bassi, navigando molto tra le sonorità tipiche dei Roxy Music, come lascia intendere l’iniziale “Loop De Li”. La voce morbida, elegante e decisa di Ferry salva dal naufragio brani non proprio eccelsi come la già citata “Soldier Of Fortune” e “A Special Kind Of Guy”, quest’ultima caratterizzata, purtroppo, da un testo imbarazzante. “Midnight Train” mette in nuovamente in evidenza il romanticismo di Bryan Ferry; il brano resta uno dei migliori del disco insieme alle due cover finali e all’iniziale “Loop De Li”.  “Avonmore” è un disco che vuole cadere sul sicuro e la lunga lista di nomi importanti che hanno contribuito all’esecuzione dei brani ne è ulteriore dimostrazione.

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